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Pupo: «Vivo con moglie e amante, ma non sono da invidiare. Gianni Morandi mi ha salvato la vita»

Il cantante racconta la complicata vita personale, il tentato suicidio, il demone del gioco con perdite colossali e cosa successe a Sanremo con Emanuele Filiberto...

Di Redazione

Pupo si racconta e si mette a nudo. Il cantante più volte ha confessato la sua vita movimentata, la complicatissima storia sentimentale con due donne, il gioco che lo ha portato alla bancarotta, il tentativo di suicidio, la rinascita. Pupo, nome d'arte di   Enzo Ghinazzi, racconta tutto in una lunga intervista al Corriere della sera.

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«Di tutti i vizi capitali, sicuramente non ho l'invidia. Per il resto, ho desiderato la donna d'altri, ho tradito spesso, vado forte con la superbia. Che però mi ha salvato da un sacco di attacchi che avrebbero potuto minare la mia incolumità fisica e psicologica. Un po' di superbia non guasta» - racconta Pupo al Corriere della Sera - «Sin da piccolo mi attraeva il mondo dello spettacolo, ero un bambino e mi facevano cantare Celentano o fare imitazioni. Ero giullare per vocazione, ma ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia incline alla musica e ho capito che quello poteva essere il mio destino. Non ho mai avuto insegnanti, ho fatto tutto da autodidatta, mi fermo all'ABC del pentagramma».

Il cantautore ha poi raccontato la sua vita poligama, con la moglie Anna e l'amante storica, Patricia.  «Chi mi invidia, sbaglia. Non è un percorso che ho scelto io, è molto difficile e c'è sofferenza. Oggi ho 67 anni, mia moglie Anna quasi 70, Patricia ne ha 62. Sto da 50 anni con Anna, da 33 con Patricia. Pensate che sia semplice o che consigli questa vita alle mie tre figlie? Non ci penso nemmeno».  «Tutta invidia sprecata, come quella di chi invidia Berlusconi, il presidente degli Stati Uniti o i miliardari, senza sapere cosa comporta affrontare percorsi del genere. La vita è anche fortuna, non solo abilità: ho avuto a che fare con due donne speciali, che mi hanno migliorato. Ho sbagliato tanto, mentito tantissimo, tolto dignità alle donne che mi stavano accanto, ma Anna e Patricia mi hanno insegnato la lealtà. La poligamia, comunque, è una realtà diffusa, maggioritaria nel mondo. La nostra cultura, educazione e religione la impediscono, io ho pagato e pago ancora le conseguenze delle mie scelte, fatte alla luce del sole».

«Ho avuto una vita movimentata sotto tanti aspetti. Non ho scritto canzoni importanti dopo i successi degli anni '70 e '80, ho scritto solo canzoni che sono state provocazioni mediatiche, come "Italia amore mio" dove a Sanremo ho sfiorato la vittoria con Emanuele Filiberto. Più che far canzoni, ho vissuto e la mia vita mi ha collocato in una sorte di limbo unico in Italia. I miei concerti sono già tutti esauriti ancora prima dell'inizio del tour, ma il pubblico non viene per ascoltare le canzoni. Vengono per ascoltare la mia vita, ci sono filmati e c'è mia figlia Clara che ha una voce bellissima. Insieme raccontiamo la nostra storia di famiglia particolare e la gente apprezza. Dal punto di vista culturale, l'Italia sta regredendo nell'ignoranza, è davvero preoccupante».

Pupo racconta anche il tentato suicidio nel 1989. «Tornavo dal Casinò di Venezia ed ero su un viadotto tra Emilia-Romagna e Toscana. La banca mi massacrava per uno scoperto da 70 milioni di lire, avevo un fido di 50 milioni dal Casinò e c'erano anche gli usurai. Andai a prendere il denaro a prestito, ma persi altri 50 milioni peggiorando la mia situazione. Ero in Jaguar, riflettevo sulla mia condizione di 'ricco coi debiti. Così parcheggiai sulla corsia d'emergenza, con l'idea di farla finita. Ero sconvolto, non vedevo vie d'uscita. Era notte, tra sabato e domenica, i Tir non circolavano. Tranne uno, che mi sfiorò a un millimetro. Lo spostamento d'aria mosse la macchina di qualche centimetro e mi riportò alla ragione».

Ad aiutarlo nella carriera musicale sono stati in tanti e Pupo non li dimentica.  «Freddy Naggiar, padrone della Baby Records, mi ha immaginato e costruito, anche se ha sottovalutato la mia durata, mollandomi nel 1982. Mi insegnò però il valore della sofferenza. Il mio attuale manager, Umberto Chiaramonte, è stato bravo nel lavoro di riposizionamento artistico quando sembravo finito. Poi c'è Gianni Morandi: oltre ad avermi aiutato economicamente, mi ha spesso insultato e strapazzato. Mi ha sbattuto in faccia ciò che ero: un poco di buono, un delinquente che tradiva le attese della madre e degli amici. Io, lui, il nostro commercialista Oliviero Franceschi e Gianmarco Mazzi eravamo in società. Una società che gestiva la mia attività e che oggi appartiene interamente a me».

Una vita di alti e bassi, di successi e crolli, di denaro e debiti. «A 25 anni ero miliardario, poco dopo indebitato per 7 miliardi, per via del gioco d'azzardo e di investimenti sbagliati. Mi trovavo in un vortice, ma sono qui a raccontarlo: è stato un miracolo, irripetibile. Non voglio più apparire in tv, mi ci ritrovo poco. Molti ci vanno per apparire dicendo banalità. La tv è diventata troppo cannibale e autoreferenziale, e quello che paga non mi cambia la vita. Non mi interessa aumentare la popolarità, questi teatrini con artisti leggendari come Bobby Solo o Fausto Leali sono utili solo al programma e non a chi vi partecipa. Niente tv, a meno che non si tratti di condurre un programma che sia stimolante e gradevole. Ma per ora non se ne parla».

A 67 anni si gode la famiglia: «Ricevo tanto amore, ho un rapporto bellissimo con le mie figlie e loro hanno un ottimo rapporto con la mia figliastra. Il mio nipotino Matteo, figlio di Valentina, chiama nonna sia Anna che Patricia. Poi ho altri due nipoti, di 22 e 12 anni, figli di Ilaria, la mia figlia più grande. Una famiglia allargata ante litteram». E racconta anche il Festival che stava per vincere: «A Sanremo 2010, con Emanuele Filiberto, avevamo vinto. Poi alla votazione finale successe qualcosa di strano. Non posso fare i nomi delle persone con cui parlai in quei momenti, i vincitori eravamo noi ma avevo un grosso debito di riconoscenza con la Rai. Stavo lavorando benissimo e non volevo fare casini». 

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