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Inchieste

Agrigento, dove l'acqua nelle case arriva una volta ogni 7 giorni (se va bene)

Il racconto di una crisi che dura da 60 anni e che nessuno sa o vuole risolvere 

Di Fabio Russello

Questo è un posto dove nelle rubriche del telefono, oltre al numero dei propri cari e degli amici, non può mancare quello dell’autobottista. 
Perché ci sono zone nell’Agrigentino – soprattutto tra Canicattì e Favara, ma non solo – dove l’uomo che vende l’acqua è importante quasi quanto il medico di famiglia e dove la consultazione della sezione del sito dell’Aica, l’Azienda idrica dei comuni agrigentini, dedicata ai turni di distribuzione è un rituale quasi giornaliero. 

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Ma si può parlare ancora di “crisi idrica” dopo sessanta anni nel corso dei quali nessuno è riuscito a risolverla e dove non sono nemmeno state progettate le infrastrutture per risolverla? E’ una matassa talmente ingarbugliata che arriva persino al paradosso – come accaduto a Canicattì nel bel mezzo della campagna elettorale per l’elezione del sindaco – dove la Guardia di finanza sequestra delle autobotti perché non hanno l’autorizzazione e perché non si sa da dove prendano l’acqua e molti cittadini si schierano dalla parte di chi vende abusivamente l’acqua. Argomento divenuto pure tema di scontro politico. E’ il fallimento delle Istituzioni che non danno alternative alla illegalità: se dai rubinetti non sgorga acqua perché non arriva, da qualche parte bisogna pur procurarsela, tanto più in tempi di pandemia. E infatti nelle strade di tutta la provincia il traffico di autobotti è sempre molto sostenuto a qualunque ora del giorno. Duemila litri costano venti euro, se ne prendi quattromila costano 30 euro. Chiami e nel giro di poche ore arriva.

E si va avanti così da sempre con i cittadini che pagano bollette idriche tra le più, se non le più alte d’Italia per un servizio che non c’è e per un sistema depurativo che fa acqua da tutte le parti. Non è un caso che negli ultimi anni siano almeno una ventina gli impianti sequestrati e che sulla vecchia Girgenti Acque, la società privata che ha gestito fino allo scorso agosto il servizio idrico integrato, si sia abbattuta la scure del fallimento e pure quella dei pm che l’hanno dipinta come una specie di ufficio collocamento per gli amici dei politici del territorio. 

 

 

Ma perché l’acqua è sempre razionata con i turni che – se va bene – sono di una volta alla settimana e cioè acqua erogata per poche ore in un solo giorno ogni sette? Si torna alla matassa ingarbugliata. Il produttore quasi in regime di monopolio è Siciliacque che stabilisce – insieme all’autorità regionale ma basandosi su criteri anche di natura economica – quanta acqua erogare ai tanti, troppi, consorzi ed enti che gestiscono il servizio nell’Agrigentino. Per dire: nel giugno scorso, a fronte di una siccità senza precedenti e con gli invasi che si stavano svuotando ha di fatto dimezzato la produzione di acqua potabile da “vendere” prima a Girgenti Acque e poi ad Aica in estate. Di fronte alla disperazione a novembre fu lo stesso direttore generale dell’Azienda, Fiorella Scalia, a invocare una specie di danza della pioggia: «Speriamo che piova e che la gente paghi le bollette». La prima si è (ampiamente) verificata. La seconda no. Quindi ha piovuto, la stessa Siciliacque ha comunicato che gli invasi sono di nuovo strapieni ma la situazione non è cambiata. Anzi, paradossalmente se si prova ad aumentare la quantità d’acqua immessa, le condotte vanno in sofferenza per “troppa pressione”.  Quindi ci sono le rotture ma non ci sono i soldi per ripararle. E l’acqua che si perde raggiunge percentuali altissime. C’è la vetustà delle condotte certo, ma anche anche l’assoluta mancanza di coordinamento tra enti e consorzi.

Qualche giorno fa un esempio lampante: due diversi enti, il Tre Sorgenti (che resiste nominando Cda anziché consegnare le condotte ad Aica) e Siciliacque, hanno annunciato lavori di manutenzione a due acquedotti diversi nello stesso giorno. Con la postilla che suona come una beffa di Aica, che spiega come “la distribuzione tornerà regolare non appena Siciliacque avrà ripristinato l’ordinaria fornitura idrica ai comuni”. Chiamano “regolare” una distribuzione di poche ore ogni settimana. La follia che diventa insomma normalità, come nella migliore tradizione pirandelliana. Approvvigionamento azzerato per centoventimila persone che però viene trattato “burocraticamente”: io scrivo a te, tu lo rendi noto, la Prefettura lo sa e tutto passa in cavalleria. Va avanti così da decenni. E per decenni ci sono stati gli “annacamenti”.

Per esempio questa estate di fronte ad una “crisi idrica” ancora più grave del solito l’assessore regionale all’Energia Daniela Baglieri aveva pure presieduto un vertice nel corso del quale erano state individuate alcune “soluzioni”. Si era ipotizzata la riattivazione del dissalatore di Porto Empedocle (alla fine ipotesi scartata per via dei costi esorbitanti) e il potenziamento di una pompa che avrebbe dovuto portare acqua dal potabilizzatore di Santo Stefano al lago Castello (azzoppata dalla burocrazia). Ipotesi e progetti che si sono persi come parole al vento. Non è stato fatto praticamente nulla di quello che era stato annunciato come se la pioggia che ha riempito di nuovo gli invasi avesse posto fine alla emergenza.

A novembre gli invasi del Fanaco e del Leone sono tornati sopra i livelli di guardia, Siciliacque ha dichiarato chiusa la fase critica ripristinando il prelievo previsto in condizione di normalità (e cioè un milione di metri cubi al mese che, attraverso gli acquedotti Fanaco, Madonie Ovest e Montescuro Est, arrivano – o dovrebbero arrivare – nei Comuni siciliani della fascia centro-meridionale). Come al solito, in assenza di progettualità e di governance, a cui gli agrigentini si sono abituati, è la iniziativa privata a governare le dinamiche del disservizio perenne. Come? Nessuno ormai costruisce o compra una casa senza che vi sia una vasca abbastanza capiente per assicurarsi una riserva in tempi di emergenza, che qui sono la “normalità”. Una questione che influisce in maniera decisiva anche sul mercato immobiliare e che probabilmente spiega pure il perché da queste parti si tende ad abbandonare i centri storici dove è impossibile fare nuove vasche per trasferirsi in altre zone residenziali dove prima che per le fondamenta si scava per costruire le cisterne.

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