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I "cold case" che si risolvono a Catania

Il Gabinetto di Polizia scientifica della Sicilia Orientale "ri-passa" a setaccio i casi irrisolti. Il dirigente Pasquale Alongi: "Con lo studio delle impronte e le analisi del dna possiamo risolvere molti casi.  Gli strumenti sono molto più evoluti, ma quello che conta è la pervicacia, la volontà di  studiare il caso"

Di Carmen Greco

Ci sono delitti che “parlano”, anche dopo anni. Frutto di indagini che “buttate fuori” dalla porta perché senza soluzione, rientrano prepotentemente dalla finestra ed escono dal vicolo cieco cui erano destinate. È accaduto recentemente a Catania con un omicidio scoperto dopo 31 anni, è accaduto a Trapani, una settimana fa. Ma non si tratta di casi fortuiti. È il risultato di un’opera di analisi costante di dati che vengono periodicamente “ri-passati” al setaccio, fino a quando (magari con un pizzico di fortuna) si riesce a dare un nome e un cognome all’autore di un reato commesso anche da decenni. «Di tutti i casi passati e insoluti abbiamo un archivio - spiega Pasquale Alongi, dallo scorso aprile a capo del Gabinetto regionale di polizia scientifica della Sicilia Orientale, a Catania -. Va da sé che con le tecnologie che c’erano venti o trent’anni fa, molti casi non si potevano risolvere oggi, invece, sì. Questo, alla luce di due elementi importanti: la dattiloscopia (lo studio delle impronte digitali ndr) e il dna. Poi ci sono casi che richiedono l’analisi dei dati relativi alla balistica, anche questi riletti alla luce dei progressi della tecnologia».

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Nel caso dell’omicidio di Rosario Cinturino, come si è arrivati all’individuazione di Rosario Guzzetta indagato dopo 31 anni? 
«In questo caso è successo che 31 anni fa venne rilevata un frammento d’impronta papillare sul cofano posteriore della Panda all’interno della quale Cinturino fu trovato incaprettato. Ma, con gli strumenti che c’erano nel 1990 non fu possibile dare un nome a quell’impronta. Per fortuna gli operatori di allora fecero un eccellente lavoro di studio e captazione di quell’impronta che “riproposta” con le tecnologie odierne ha dato il famoso “match found”, tirando fuori il nome di Guzzetta».  
Un dato che permetterà di fare luce su quell’omicidio...
«Un contributo determinante, ma vorrei ricordare che la Scientifica si occupa di raccogliere dati oggettivi. È vero che fa giudiziaria, ma solo dal punto di vista fattuale, noi fotografiamo lo stato dei luoghi, spetta ad altri uffici spiegare perché quell’impronta si trovava lì. Sono gli altri inquirenti a dover “comporre il puzzle”, ma questo vale per tutte le prove scientifiche, la risoluzione logico-giuridica tocca a loro».

 


Se quell’omicidio fosse commesso oggi, sarebbe più facile individuare il colpevole?
«Ormai l’evoluzione tecnico-scientifica è molto spinta. Oggi con molta facilità potremmo risolvere dei casi passati, ma ci vuole comunque molta dedizione nello studiare i dati “presi” allora. Basti pensare che una volta le impronte digitali si assumevano  con l’inchiostro e ci voleva una certa abilità da parte degli operatori per rilevarle nella maniera più precisa possibile, oggi le impronte digitali si acquisiscono con una scansione esclusivamente digitale. C’è da dire che rispetto a 30 anni fa noi facciamo dei sopralluoghi  totalmente diversi, d’altra parte anche chi commette i reati, utilizza “tecnologie” più moderne alle quali noi ci dobbiamo adeguare». 
Quando si pensa alla Polizia Scientifica, l’idea comune rimanda alle serie come Csi o altri prodotti tv anche italiani che raccontano il vostro lavoro. Quanto è lontana la narrazione televisiva dalla realtà?
«In realtà queste serie tv sono molto più vicine di quanto di possa pensare. Certo, sono fiction romanzate, soprattutto quelle americane e, per questo, ancora più evolute, ma il risultato finale non è lontano. Le nostre capacità sono comparabili e forse superiori a quelle dei reparti della Scientifica dei Paesi europei e dell’Occidente in generale. Su alcune cose, secondo me, siamo molto avanti, come italiani abbiamo dalla nostra anche la capacità di adattarci più velocemente, cosa che in altri Paesi forse non hanno. Non dimentichiamoci che nella lotta alla mafia degli Anni Novanta in Sicilia abbiamo fatto degli sforzi notevolissimi su casi complessi, basti pensare alla prima estrazione di dna dai mozziconi di sigaretta abbandonati sulla collinetta di Capaci (dove Giovanni Brusca azionò il telecomando dell’esplosivo ndr) nel ‘92, oppure l’impronta che venne trovata sulla batteria del telecomando usato per far saltare in aria Giovanni Falcone e la sua scorta».
Questo lavoro di rianalisi dei cold case con quale periodicità viene fatto?
«Abbiamo uno scadenzario nel quale mettiamo i casi insoluti e ogni anno circa li andiamo a riesaminare. Se qualche parametro corrisponde bene, altrimenti il fascicolo si rimette in coda, in questo momento abbiamo una quindicina di casi che analizziamo periodicamente».
Quanto conta la fortuna?
«Se per fortuna intendiamo l’intuizione del momento, conta tanto, ma non è determinante. Lo è, invece, la pervicacia e la volontà di aggiornarsi degli operatori, di studiare il caso, di essere metodici».

 

 

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