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Referendum, bocciati quelli su responsabilità toghe e cannabis

Sono stati invece cinque in tutto i quesiti referendari ai quali la Corte Costituzionale ha dato il via libera, tra cui quello sulla legge Severino

Di Redazione

Dopo la bocciatura del referendum sull'eutanasia o, come ha precisato Giuliano Amato, "sull'omicidio del consenziente", la Consulta ha dichiarato inammissibili altri due quesiti su cui c'era grande attesa: quello sulla responsabilità civile dei magistrati, che si vorrebbe chiamare in causa direttamente per gli errori giudiziari - mentre oggi è lo Stato a risarcire il cittadino che abbia subito un danno ingiusto - e quello sulla legalizzazione della cannabis, che, ha precisato ancora il presidente della Corte, così come formulato era in realtà «sulle sostanze stupefacenti». 

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Nel quesito, infatti, «si faceva riferimento a sostanze che includono papavero, coca, le cosiddette droghe pesanti. E questo era sufficiente a farci violare obblighi internazionali». Insomma, è stato spiegato, un clamoroso errore contenuto nel quesito - che richiamava una tabella relativa non alla cannabis, ma alle droghe pesanti - in assenza del quale il referendum sarebbe stato sicuramente ammesso, ha detto Amato. Ma Marco Cappato, dell’Associazione Coscioni promotrice del referendum, replica: «è Amato a sbagliarsi, non ha letto bene il combinato degli articoli». 

Cinque i referendum ai quali la Corte ha dato il via libera, tra cui quello sulla legge Severino, sotto la cui scure sono caduti migliaia di amministratori locali. Soddisfatto Antonio Decaro, presidente dell’Anci. «Noi sindaci abbiamo chiesto da sempre una modifica della legge perché ci ritroviamo, unica figura istituzionale, ad essere sospesi per 18 mesi senza una condanna definitiva», ha detto. Anche per reati, come l’abuso d’ufficio, in cui i sindaci «incorrono facilmente e alla fine, nella stragrande maggioranza dei casi, vengono assolti». 

Ma il quesito chiede anche di abolire l’incandidabilità alle elezioni dei condannati definitivi per mafia, terrorismo, corruzione e altri gravi reati: insomma «pluricondannati» che potrebbero entrare in Parlamento, avverte l’ex pm Nello Rossi. 

Il quale mette in guardia anche dai rischi di un altro referendum approvato dalla Consulta, quello che vuole ridurre l'ambito dei reati per cui è consentita l’applicazione delle misure cautelari e della carcerazione preventiva: «truffatori seriali delle vecchiette, hacker e bancarottieri di professione resteranno liberi e in azione fino alle condanne definitive». 
 Sempre in tema di giustizia, sì anche al referendum sulla separazione delle funzioni giudicante e inquirente, cioè tra giudici e pm; al quesito che si prefigge di abrogare l’obbligo per un magistrato di raccogliere almeno 25 firme per candidarsi al Csm e a quello che vuole consentire il voto degli avvocati che siedono nei Consigli giudiziari anche sulle valutazioni di professionalità dei magistrati. 

Nel corso di una conferenza stampa, Amato è tornato sulla bocciatura del referendum sul fine vita promosso sempre dall’associazione Coscioni. «Leggere o sentire che chi ha preso la decisione non sa cosa sia la sofferenza ci ha ferito ingiustamente. Il referendum non era sull'eutanasia ma sull'omicidio del consenziente» che, ha detto, «apre all’impunità penale di chiunque uccide qualcun’altro con il consenso, sia che soffra sia che non soffra. Occorre dimensionare il tema dell’eutanasia alle persone a cui si applica, ossia a coloro che soffrono. Noi non potevamo farlo sulla base del quesito referendario, con altri strumenti può farlo il Parlamento». E poi, replicando sempre a Cappato, Amato osserva: «dire che questa Corte fosse maldisposta significa dire una cattiveria che si poteva anche risparmiare».
 

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