Lavoro in Sicilia, Margherita: «Ho lasciato la banca per la terra, ma quanto pesa la burocrazia»

Di Giuseppe Bianca / 24 Novembre 2018

Palermo – Declinare al femminile l’impresa in Sicilia è possibile. Una scommessa che Coldiretti si è intestata con convinzione dando supporto e assistenza anche a storie, fuori dal comune perimetro dell’ordinario, come quella di Margherita Scognamillo, imprenditrice trapanese che ha lasciato un posto di promotore finanziario in banca per dare corso al sogno dell’impresa che ha poi realizzato. Una storia a lieto fine dove un pizzico d’incoscienza spalanca le porte a un’esperienza avvincente ma assolutamente impegnativa.

È successo a Fulgatore, dove la donna si è messa in discussione: «Il lavoro da dipendente pubblica mi stava stretto e avrei voluto fare qualcos’altro. Ho lasciato il posto al ministero dell’Interno, e dopo aver preso l’abilitazione di promotore finanziario, sono rimasta in banca per quattro anni, ma in testa continuavo ad avere sempre la stessa idea». Il rilancio dell’azienda agricola di famiglia diventa dunque l’obiettivo primario che Scognamillo affronta senza riserve. Un tarlo virtuoso che penetra nello schema, in fondo comodo, di un assetto professionale ordinario, per molti aspetti, lineare e ben definito: «Ho lasciato la banca e il mio portafoglio clienti e non ci ho pensato più».

Nelle colline del Trapanese, nella zona di Fulgatore, nasce così la produzione di uve d’alta qualità che vengono utilizzate dalla Colomba bianca per il progetto dei vini doc, ma anche l’attività di agricoltura biologica nella produzione di olio con tre ettari e mezzo di melogranato e un agriturismo nella valle del torrente Benuara. In tutto una ventina di lavoratori compresi gli stagionali: «Bisogna sentirsi chiamati a voler costruire qualcosa di proprio – commenta – Il rischio d’impresa spaventa molto la gente. È comprensibile, mettersi in gioco è complicato, non sempre si trovano le energie per andare avanti». La Sicilia che impone la necessità di spalle larghe a chi vuol tentare la carta dell’impresa continua ad avere comunque un contesto d’insieme poco incoraggiante, per affrontare il quale, spesso, bisogna andare al muro contro muro, o attrezzarsi di una scorta di pazienza supplementare che spesso non basta e che molti continuano a non avere: «L’accesso al credito per le imprese agricole non è esattamente una passeggiata – assicura -. I terreni non vengono presi in considerazione ai fini dei mutui da ottenere e della garanzie. Abbiamo avuto una corsia operativa per gli immobili, non certo per i terreni».

E poi, aperto e sempre difficile da risolvere, c’è il conflitto senza fine con “nostra Signora della burocrazia”: «la macchina burocratica è ancora troppo lenta – spiega Margherita Scognamillo – l’imprenditore dovrebbe ricevere i contributi che servono a colmare il gap di essere in una zona svantaggiata. Abbiamo fatto la scelta del biologico sette anni fa e i trattamenti costano il 50% in più, ma la Regione ha avuto problemi a coordinarsi con i nuovi sistemi informatici di Agea. Sa qual è la nostra più grande angoscia? Le anomalie di sistema, da tre anni aspettiamo i soldi». Una burocrazia anche volenterosa ad accorciare i tempi, ma ancora lontana dal fornire soluzioni, che stoppa le speranze di vedere i soldi in tempi brevi.

Ad affilare le “armi” per superare gli ostacoli, all’imprenditrice trapanese, in qualche modo, l’esperienza in banca è tornata utile: «Mi ha certamente aiutata – conferma -. Nella promozione finanziaria c’è una macchina del tempo che tritura, in agricoltura il tempo si dilata e si coglie il divenire. Le banche possono essere delle grandi amiche del sistema economico, ma spesso non lo sono. Non riescono ad adottare un sistema meritocratico dei progetti. Solo alcune filiere all’interno lo fanno, il credito, in generale, punta solo sulle garanzie». Gli imprenditori agricoli siciliani a differenze di quelli del nord, continuano a partire con handicap, sono oggettivamente svantaggiati. «Se pensa ai trasporti la penalizzazione è ancora più evidente. Provi a chiedere quanto costa trasportare il prodotto da una punta all’altra della Sicilia o ancor di più verso il continente. Non riusciamo – conclude – a intervenire sui concetti basilari che rendono alla fine un sistema economico concorrenziale rispetto a un altro».

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