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"A Bucarest alberghi e centri zeppi di rifugiati"

Barbara Distefano, insegnante catanese, è in Romania. "Tende alla stazione, lettini nelle palestre delle scuole. Mi ha colpito vedere che anche quando la tua terra viene bombardata, avere un’auto e un conto in banca di un certo tipo, cambia il modo di scappare dalla guerra"

Di Samantha Viva

In questi drammatici giorni di guerra, che ci restituiscono la fuga e spesso la morte della popolazione in fuga dall’Ucraina, è anche bene soffermarci sul confine da valicare. Su cosa trovano coloro che riescono a passare dall’altra parte e su quanto questo incida sulle nazioni che si trovano ad organizzarsi per accoglierli. Tenendo ben presente che non esistono profughi di serie a o di serie b, e che se davvero dobbiamo fare i conti con quello che la guerra comporta, è ai modi per reagire a questo disastro, che dobbiamo guardare.

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A questo proposito, chiunque per lavoro o studio si trovi a transitare per le prime frontiere dell’accoglienza non può che restarne colpito e desideroso di raccontare quanto sta avvenendo sotto i suoi occhi. È il caso di Barbara Di Stefano, studiosa e insegnante catanese, che da qualche mese si divide tra Berlino e Bucarest, città, quest’ultima, in cui vivono i genitori del marito. Raggiunta telefonicamente, ci ha raccontato, rispondendo ad alcune domande, cosa ha visto.

 

 

Dove ti trovi di preciso e cosa vedi:

“Mi trovo nella capitale Bucarest, in questo momento nel settore 1, a casa dei miei suoceri, guardando il telegiornale rumeno. Ma il posto più interessante in cui mi sono trovata è un albergo qui vicino, solitamente deserto, ma che stavolta abbiamo trovato zeppo di gente, ovviamente tutti rifugiati”.

Quale situazione “fotografa” quello a cui assisti:

“La cosa che mi ha colpito è stata vedere che anche quando la tua terra viene bombardata, avere un’auto e un conto in banca di un certo tipo, cambia completamente il tuo modo di scappare dalla guerra. Prima di capire dove mi trovassi, ho visto semplicemente un albergo zeppo di famiglie che facevano colazioni abbondanti e di bambini che nuotavano in piscina come se la storia fuori non esistesse."

Per coloro che non stanno in albergo, ci sono dei campi organizzati in qualche modo?

“La città è piena di centri di accoglienza rimediati com’è possibile: tende alla stazione nord o lettini allestiti nelle palestre delle scuole. Ovviamente in condizioni termiche e igieniche facili da immaginare, nonostante la città si stia davvero prodigando per accogliere il più possibile”.

In Romania come stanno reagendo a questo immenso flusso di persone che arrivano?

“In Romania stanno reagendo con una solidarietà incredibile, basta andare sui gruppi Facebook creati apposta, ma al di là dei richiami via social il Governo ha anche allestito un sito specifico per aiutare i rifugiati a trovare alloggi gratuiti (appartamenti) e ristoranti che offrono cibo gratis. Sta reagendo benissimo anche il settore alberghiero, che con gli ucraini ricchi - diciamo - si sta riprendendo dai tempi difficili del Covid. Molte agenzie immobiliari cercano di risollevare il mercato offrendo affitti a soluzioni vantaggiose, ma nella maggior parte dei casi chi arriva a Bucarest non vuole restarci”.

Tantissimi sono i minori accolti e in fuga. Una considerazione da studiosa di fenomeni culturali e legati alla scuola sull’impatto che tutto questo può avere su di loro?

Sicuramente per tutti i bambini che ho incontrato (tantissimi, partiti con mamme e nonne) ci sarà un vuoto educativo di chissà quante settimane o mesi, in attesa di un reinserimento in un nuovo sistema educativo . I meno fortunati probabilmente non avranno neanche la possibilità di lasciarla, l’Ucraina.

A livello scolastico, parlando dell’Italia, questa guerra sta avendo grande impatto sui ragazzi. Secondo te come si può raccontare nel modo “giusto” ai minori la guerra?

“Credo che bisogna lavorare su più livelli. Intanto riconoscere il linguaggio della guerra e della violenza, che può esserci anche in tempi di pace e in assenza di bombe. Poi, fatta salva la necessità di semplificare e condannare la guerra in tutte le sue forme, lavorerei per educare alla complessità, onde evitare che il mondo appaia come nei film western, con i cattivi e i buoni schierati sempre dalle stesse parti, e con i loro ruoli immutabili. Infine farei vincere la microstoria sulla storia, ed educherei all’ascolto delle storie che le persone hanno da raccontarci, che a volte non coincidono con quello che ci aspettavamo di sentire”.

 

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