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Clima: il G20 si impegna sul “tetto” di 1,5 gradi, ma scompare la scadenze per raggiungere gli obiettivi

La deadline del 2050 per un mondo a zero emissioni sostituita da un più generico «entro o attorno» metà secolo

Di Paola Tamborlini

C'è l’impegno a mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi, il riconoscimento che è scientificamente dimostrata la necessità di intervenire, ma dalla bozza finale del G20 di Roma scompare la deadline del 2050 per un mondo a zero emissioni sostituita da un più generico «entro o attorno» metà secolo. Un risultato che il premier Mario Draghi rivendica comunque come «un successo», che «getta le basi per una ripresa più equa», ricordando che negli accordi di Parigi non c'era alcun tipo di scadenza, né vaga né precisa. Tanto che la cancelliera Angela Merkel si spinge a sostenere che i leader riuniti nella Nuvola di Fuksas sono stati «ancora più ambiziosi» di quando si riunirono nella capitale francese nel 2015. 

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La soddisfazione arriva dalle conferenze stampa nazionali di fine vertice, ma a pochi metri di distanza, nella sala assegnata alla Gran Bretagna, Boris Johnson ribalta la prospettiva. L'obiettivo di contenere il surriscaldamento globale entro gli 1,5 gradi in più «resta in bilico» dopo il G20, «per il momento non ci siamo», secondo il parere del padrone di casa del summit più a rischio, quella Cop26 senza Cina e Russia che segue il G20. E si lancia in una quotazione delle possibilità di portare a casa risultati concreti: «Io penso che le chance di successo" a Glasgow «siano di 6 contro 10» ma sarà «molto difficile». Un tentativo forse di alzare l’asticella per non rimanere a mani vuote che porta il premier britannico ad affermare che «se la CoP26 di Glasgow fallisce, sarà un fallimento per tutto il mondo». 

Meno apocalittico ma comunque in parte deluso il segretario generale dell’Onu: «Mentre accolgo con favore l’impegno del G20 verso soluzioni globali - ha detto -, lascio Roma con le mie speranze insoddisfatte, ma almeno non sepolte per sempre». 

Quel che è certo è che la trattativa per arrivare al comunicato finale è stata lunga e difficile e non è riuscita a mettere tutti d’accordo. Tanto che dopo aver sfilato la data del 2050 e scritto quella più generica di "mezzo secolo", gli sherpa, che hanno lavorato alla Nuvola tutta la notte, hanno dovuto inserire anche quel "around", attorno a mezzo secolo. Che non è comunque bastato a calmare gli animi. Il documento è stato chiuso, e a questo puntava Draghi, ma la deadline ognuno continua ad interpretarla a suo favore. Lo ha fatto capire, senza troppi giri di parole Serghiei Lavrov. «Il 2050 non è un numero magico, se questa è l’ambizione dell’Ue, altri Paesi hanno altre ambizioni», ha detto il ministro degli Esteri russo, ribadendo il "suo" 2060. Mentre il presidente cinese Xi Jinping si è appellato al principio delle «responsabilità comuni ma differenziate» che compare del resto nel comunicato finale del vertice, senza mai arretrare su quei dieci anni in più di tempo per raggiungere gli obiettivi. 

Draghi ha tuttavia assicurato che la novità sta nel linguaggio, in una narrazione che è cambiata assieme alla consapevolezza della necessità di agire. Da Pechino il premier si aspettava «un atteggiamento più rigido» e invece, ha detto in conferenza stampa, il dialogo è stato possibile. Certo, ha ammesso, sarebbe stato meglio poterlo scrivere quel 2050, ma si è detto certo che «gradualmente ci si arriverà». 

L’Italia del resto si è proposta come capofila anche per quanto riguarda gli impegni presi. E ha deciso di dare il buon esempio triplicando i fondi per il clima e portandoli a 1,4 miliardi l’anno per i prossimi 5 anni. La speranza è che altri leader seguano l’esempio, così come per il carbone. «Abbiamo deciso di lasciarcelo alle spalle», ha tagliato corto il presidente del Consiglio, con lo stop ai finanziamenti delle centrali a carbone nel 2021. E da Cina e India, ha assicurato, «abbiamo sentito una maggiore disponibilità ad incamminarsi verso questi obiettivi». La novità insomma, secondo Draghi, è proprio questa: «Un’ambizione comune che prima non c'era». La capacità, sottolineata dal presidente francese Emmanuel Macron, di aver creato «una convergenza» e di poter contare su «risultati concreti», «tangibili» come li ha definiti Biden, malgrado le differenze che si sono manifestate nei negoziati.
 

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