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L'Italia riapre l'ambasciata a Kiev

L'ambasciatore Zazo già arrivato. Di Maio: "Simbolo dell'Italia che crede nel dialogo. Il canale con Mosca non va chiuso" 

Di Redazione

 L’Italia ha riaperto la sua ambasciata a Kiev e «lunedì sarà pienamente operativa». L'annuncio è arrivato nel pomeriggio dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «L'ambasciatore Pierfrancesco Zazo è appena rientrato a Kiev da Leopoli, dopo un viaggio di 10 ore». Il ritorno del diplomatico italiano era atteso subito dopo Pasqua, ma l’ambasciatore «è già operativo e dalla prossima settimana sarà al lavoro con le istituzioni ucraine per la diplomazia e per arrivare almeno a un cessate il fuoco», ha aggiunto Di Maio, ricordando che l'ambasciata italiana era stata «tra le ultime a lasciare la capitale ucraina ed è ora tra le prime a tornarci».

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In un videocollegamento dall’Unità di crisi, il titolare della Farnesina ha poi ringraziato Zazo e il suo staff «per il coraggio e la dedizione», anche nel lavoro svolto a Leopoli in queste settimane: «C'erano 2000 italiani» da evacuare, «ne sono rimasti 139». 

 Il ritorno a Kiev «è il simbolo dell’Italia che crede nel dialogo», ha insistito il ministro, spiegando che riaprire l'ambasciata significa «essere vicini alle autorità ucraine ma anche perseguire la strada della giustizia per i tanti civili uccisi». Nei prossimi giorni Zazo sarà in visita proprio in quelle aree attorno alla capitale dove la ritirata dei russi ha fatto emergere violenze, morte e orrori di ogni genere. 
 «Le atrocità sono sotto gli occhi di tutti. Ci sono civili e bambini uccisi, uno scenario apocalittico». Ma al momento "l'Italia non ha gli elementi per verificare se in Ucraina stia avvenendo un genocidio», ha detto Di Maio intervenendo nella querelle semantica per descrivere i crimini di guerra dei russi.

Da giorni infatti leader mondiali si dividono sull'uso della parola «genocidio» nel contesto ucraino: il presidente Volodymyr Zelenky, sostenuto dall’americano Joe Biden, preme perché venga riconosciuto come tale dalla comunità internazionale, ma il termine - che rappresenta una specifica fattispecie giuridica - è stato respinto da Israele, che non vuole paragoni con la Shoah, e dal francese Emmanuel Macron, secondo cui non serve un’escalation di parole se si vuole portare al tavolo dei negoziati Vladimir Putin. 


 «Abbiamo sollecitato la Corte penale internazionale», ha chiarito Di Maio, puntando sul tribunale dell’Aja che ha già aperto un fascicolo sulle violazioni del diritto umanitario in Ucraina. «Attraverso l’Unione Europea forniremo tutte le prove a nostra disposizione per verificare se ci siano stati crimini di guerra - ha aggiunto -. Quello che abbiamo visto a Bucha e a Kramatorsk e che purtroppo vedremo in altri posti è atroce, terrificante e dovremo assicurare alla giustizia internazionale i responsabili». Alla ricerca delle prove partecipa, al fianco degli ucraini, una quindicina di gendarmi francesi già schierati sul campo da Parigi, che come Roma ha appena fatto rientrare il suo ambasciatore a Kiev. 

 Nel frattempo, ha insistito Di Maio, «bisogna far ripartire il processo di dialogo tra Ucraina e Russia. Zelensky ha fatto delle aperture importanti, ora è Putin che deve parlare». L'obiettivo, ha spiegato il ministro, è aprire corridoi umanitari per evacuare i civili dall’est dell’Ucraina dove si intensificano i bombardamenti e ci si aspetta una massiccia operazione delle forze russe. L’auspicio del ministro italiano è che si possa «convincere i russi a un cessate il fuoco almeno per la Pasqua ortodossa, che cade una settimana dopo la nostra», il 24 aprile. E poi, più a lungo termine ma il prima possibile, "arrivare a una conferenza di pace». Per farlo «dobbiamo sempre mantenere un dialogo con la Russia». Anche se Roma si aspetta l'espulsione da Mosca di diplomatici italiani «in risposta alla nostra di 30 russi con passaporto diplomatico per motivi di sicurezza nazionale». «Vedremo in che termini interesserà il nostro personale diplomatico - ha spiegato Di Maio -. Ma il canale con Mosca deve restare aperto. Non dobbiamo smettere di credere nella diplomazia». 

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