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Le promesse dei talebani: «Amnistia e diritti delle donne, ma sotto la sharia»

I talebani, entrati a Kabul il 15 agosto senza sparare un colpo, tentano di rifarsi un’immagine agli occhi degli afghani e del mondo

Di Redazione

 Un’amnistia generale e diritti garantiti alle donne, compresi quelli di studiare, lavorare e far parte del nuovo governo. Sempre secondo i dettami della sharia, certo, ma senza il burqa, basta l’hijab. I talebani, entrati a Kabul il 15 agosto senza sparare un colpo, tentano di rifarsi un’immagine agli occhi degli afghani e del mondo, rompendo - almeno a parole - con l’oscurantismo più cruento degli anni '90 e cercando di accreditarsi come moderati, responsabili e capaci di governare l’Afghanistan. Un’apertura cui vogliono credere - sebbene con sfumature e motivazioni diverse - Cina, ma anche Russia e Turchia, che parlano di "messaggi positivi» in arrivo da Kabul. Mentre resta prudente e scettico l’Occidente, a partire dalla Nato, che - alle prese con il fallimento di una missione militare ventennale e con il grattacapo dell’accoglienza di migliaia di persone in fuga - mette in guardia gli studenti del Corano dal riorganizzare un nuovo terrorismo islamico internazionale, pena una risposta durissima. 

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Il nuovo regime intanto si riorganizza. Dopo 20 anni tra prigionia in Pakistan ed esilio a Doha, è tornato in Afghanistan il mullah Abdul Ghani Baradar, capo dell’ufficio politico in Qatar ed ex vice del mullah Omar, per discutere con gli altri leader a Kandahar della formazione del nuovo governo. Il portavoce Zabihullah Mujahid ha tenuto la prima conferenza stampa a Kabul, aperta alle domande dei giornalisti nell’intento di convincere sulla trasparenza e l’asserita «libertà di stampa" del nuovo corso. «Questo è un momento di orgoglio per l’intera nazione. Abbiamo liberato l’Afghanistan ed espulso gli stranieri», ha dichiarato trionfante, aggiungendo però, conciliante, che i talebani «hanno perdonato tutti» e non si vendicheranno di nessuno. Anche lui ha garantito che «non ci saranno discriminazioni» per le donne e - quasi a rispondere al monito del segretario della Nato Jens Stoltenberg - ha assicurato che l’Emirato islamico non sarà più rifugio per i terroristi di al Qaida, né centro internazionale per la produzione e lo smercio di oppio, addirittura chiedendo un sostegno per riconvertire le coltivazioni di papavero. 
 Il tentativo di accreditarsi con la comunità internazionale passa per il primo incontro «positivo e costruttivo» con il rappresentante di una Russia benevola, l’ambasciatore Dmitry Zhrnov, sebbene il numero uno della diplomazia di Mosca, Sergei Lavrov, abbia dichiarato di «non avere fretta di riconoscere" ufficialmente il nuovo governo talebano, ma di sostenere «un dialogo nazionale inclusivo». Come suggerito dall’ex presidente Hamid Karzai, rimasto a Kabul al contrario del suo successore Ashraf Ghani, fuggito all’estero nelle ore della caduta del Paese. Non esclude a priori un riconoscimento nemmeno il governo britannico: il premier Boris Johnson lo condiziona «al rispetto dei diritti umani e dell’inclusione», e comunque concesso «su basi internazionali, non unilaterali». «Potremmo lavorare con un governo che rispetti i diritti del suo popolo, comprese donne e ragazze», è lo stesso prudente messaggio degli Usa. 
 Londra preme intanto per una riunione del G7 che includa anche Mosca e Pechino, cruciali nello scacchiere centroasiatico, mentre si è già riunito online il consiglio dei ministeri degli Esteri dell’Ue: «I talebani hanno vinto la guerra quindi dobbiamo parlarci, per discutere ed evitare un disastro migratorio e una crisi umanitaria», ha ammesso, realista, l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell. 

Dopo il caos di lunedì con i tentativi disperati di imbarcarsi su un volo verso la salvezza, l’aeroporto di Kabul ha ripreso a funzionare ed è ricominciato il via vai di aerei militari per l’evacuazione di occidentali e collaboratori afghani, anche se la cosa più difficile è proprio raggiungere lo scalo. Secondo il ministro degli Esteri, Heiko Maas, i talebani lasciano passare gli stranieri, mentre «non vi è garanzia» che i locali ottengano il via libera. Nemmeno la popolazione sembra infatti credere alle aperture dei talebani. Invitati a "riprendere il loro stile di vita con piena fiducia», gli afghani - soprattutto gli uomini - si riaffacciano sulle strade della capitale, dove hanno riaperto i negozi, non le scuole e le università. «I talebani pattugliano la città in piccoli convogli - ha detto un commerciante di Kabul all’Afp -. Non infastidiscono nessuno, ma la gente ha paura lo stesso». 
 

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