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Pioggia di missili e bombe a grappolo su Mykolaiv: «Vogliono fare di noi una seconda Mariupol»

La città resta sospesa tra la quiete armata di Odessa e la battaglia di Kherson

Di Lorenzo Attianese

Mentre verso Kherson la guerra tuona dalle prime ore del mattino, con il suono delle bombe a grappolo che si sentono in lontananza, tra i portoni dei palazzi c'è gente che si alterna portando con sé secchi, taniche e catini. Escono uno o due alla volta e poi rientrano per darsi il cambio. A Mykolaiv questa staffetta della sete si ripete da una settimana, da quando gli aerei russi hanno centrato con i missili un canale della rete idrica. Nel frattempo le esplosioni sono ricominciate insistenti e gli abitanti, quelli rimasti, ormai intravedono dal basso dei seminterrati i bagliori delle deflagrazioni pregando ogni volta che il vetro delle finestre delle loro abitazioni abbia retto l’onda d’urto. Spesso i razzi colpiscono quei vecchi edifici civili di epoca sovietica, finiscono in strada o persino nel grosso fiume, il Bug. Gli ultimi missili sono arrivati poche ore fa dal sud al nord della regione, dove è stato distrutto un ospedale, mentre un paio di notti prima l’attacco è stato sferrato ad un traliccio della corrente elettrica e al tetto di una clinica dentistica, andato a fuoco dopo essere stato colpito. 

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Il sindaco Oleksandr Senkevich ha chiesto ai cittadini di nascondersi nei rifugi e dall’ufficio dell’amministrazione della regione arriva un grido a metà tra rabbia e allarme: «Ora puntano a toglierci luce ed energia, vogliono fare di noi una seconda Mariupol», dice Dmytro Pletenchuk. 

In questo conflitto Mykolaiv resta sospesa, a poche decine di chilometri e quasi equidistante tra la quiete armata di Odessa e la battaglia di Kherson. La città finora è riuscita a resistere all’occupazione: le milizie di Putin sono già state respinte a suon di artiglieria nell’aeroporto, distrutto solo dalle bombe.

Ma non c'è tregua e nei quartieri già feriti piovono di nuovo razzi e kasetni (così gli ucraini chiamano le cluster bomb). «Non riporteranno il busto di Lenin, come stanno facendo in alcune città dell’Est. Da noi non ci riusciranno», dice Danil, un militare che qui ha conosciuto l’odore acre di polvere da sparo spandersi per giorni. I suoi parenti si erano trasferiti in Russia dal 2008, negli Urali, e alcuni di loro si sono anche arruolati nell’esercito di Putin. «Erano scappati prima in Moldavia, dicendo che l’Ucraina sarebbe stata la prossima a cadere, non li considero più miei familiari» - aggiunge - mentre subito dopo indica il ciglio della strada e dice orgoglioso: «Qui abbiamo ucciso dei russi». 

Questo è già stato un campo di battaglia, quella finora risparmiata a Odessa. E il fronte è ancora molto vicino, a tre quarti d’ora di macchina. Per le strade non ci sono check point né i volontari della difesa territoriale, ma le barricate con le torri di pneumatici impilati, alcune vie chiuse e i soldati già istruiti per schierarsi. Mentre gli operai sono già al lavoro per riparare il traliccio di ferro piegato in due dal missile, finito su una catena di concessionarie e a venti metri dai palazzi, lo zoo cittadino conta i razzi piovuti finora tra le gabbie degli animali, rimasti miracolosamente incolumi.

«Con quelli arrivati adesso siamo a sei», dice il guardiano della struttura indicando gli ultimi due missili conficcati nella terreno e gli altri quattro messi da parte all’entrata, come una lugubre attrazione di quel posto. Come un monito per non abbassare la guardia, al centro cittadino restano le rovine del palazzo dell’amministrazione rimasto a metà, colpito in pieno giorno il 29 marzo, quando morirono in 36 mentre lavoravano negli uffici. 

L’esercito resta comunque in silente fermento, nascosto nei caseggiati della periferia sud. Ma pronto a spuntare fuori se necessario. Mykolaiv è stata in gran parte evacuata mentre chi è restato qui ormai popola il regno del sottosuolo da giorni e con poche scorte. Adesso nelle case ci sono i topi, nelle cantine gli esseri umani. (ANSA). 
Raid su ospedale. 'Manca acqua e ora vogliono toglierci energià (dell’inviato Lorenzo Attianese) 

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