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Portiere della Birmania resta in Giappone e chiede asilo politico

Pyae Lyan Aung, portiere in seconda della Nazionale si è rifiutato di salire sull'aereo che ha riportato la squadra in patria: si era fatto fotografare con le tre dita unite, simbolo dell'opposizione al regime militare

Di Redazione

Era volato in Giappone per giocare una partita di qualificazione alla Coppa del Mondo. E quelle tre dita alzate non per respingere un tiro, ma per unirsi simbolicamente alla protesta contro il golpe, potrebbero avergli cambiato la vita. Pyae Lyan Aung, portiere in seconda della nazionale birmana, si è rifiutato di salire sull'aereo che ieri sera ha riportato la squadra in patria. Vuole chiedere asilo politico a Tokyo, e ci sono buone probabilità che lo otterrà. 
 «Se torno in Birmania, la mia vita è a rischio», ha detto il giocatore di 27 anni, spiegando che la sua famiglia ha già ricevuto la visita dei militari dopo il suo gesto di protesta - con tanto di scritta 'Abbiamo bisogno di giustizià sulla mano - durante l’inno nazionale prima della partita contro il Giappone lo scorso 28 maggio, dove era entrato da sostituto nel primo di tre match giocati nel Paese. Pyae Lyan Aung aveva pensato alla sua decisione fino all’ultimo, temendo di non avere il coraggio di comunicarla alle autorità giapponesi. Alla fine l’ha fatto proprio all’immigrazione dell’aeroporto di Osaka, poche ore prima dell’imbarco. Rifacendo poi il segno con le tre dita alzate come nel film The Hunger Games. 
 Il governo giapponese, che tradizionalmente è il più generoso fornitore di assistenza economica alla Birmania, ha fatto capire che intende ascoltare il desiderio del giocatore. Il colpo di stato dello scorso febbraio ha raffreddato i rapporti tra Tokyo e Naypyidaw, col congelamento degli aiuti e la minaccia del ministro degli Esteri giapponese di fermare anche i progetti già esistenti se l’esercito birmano continuerà a reprimere le proteste con la violenza. Finora nel Paese si contano almeno 865 morti e quasi 5mila arrestati, con testimonianze multiple di torture in carcere e perlustrazioni casa per casa. 
 Pyae Lyan Aung ha detto di voler tornare nel suo Paese solo se sarà reinsediato il governo di Aung San Suu Kyi, una speranza vana vista la situazione al momento, con la Signora a processo per una serie di accuse che potrebbero costarle anni di carcere e di sicuro l’interdizione dalla politica. Sa però anche lui che la sua decisione potrebbe avere ripercussioni sulla sua famiglia e i suoi compagni di squadra. «Se sono in pericolo, tornerò in Birmania per essere arrestato», ha detto. Visti i mezzi utilizzati finora dai militari birmani per stroncare una protesta che rimane ancora viva dopo quattro mesi, purtroppo è una possibilità che non si può escludere. 
 

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