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Trump sapeva di avere perso le elezioni e tentò il golpe: le conclusioni choc della commissione

Di Redazione

Donald Trump sapeva di aver perso le elezioni ma tentò un golpe per restare al potere, architettando un piano in sette punti per capovolgere il risultato elettorale. La commissione di inchiesta sul 6 gennaio ha presentato agli americani le prove che mettono l’ex presidente al centro del «complotto» che portò all’assalto del Congresso, facendo vacillare la democrazia Usa. 

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In una rara audizione serale in diretta televisiva sui principali network americani (ad eccezione della conservatrice Fox) che riporta alla memoria i tempi del Watergate, i nove membri della commissione hanno lasciato raccontare ai più stretti collaboratori dell’ex presidente gli eventi che precedettero l’insurrezione e le ore di panico dell’assalto.

La commissione ha mostrato infatti spezzoni video delle testimonianze a porte chiuse dell’ex ministro della Giustizia di Trump William Barr ma anche della figlia Ivanka. Le loro parole inchiodano il tycoon più di quelle della commissione.

«Gli dissi chiaramente che non credevo che le elezioni fossero state rubate e che non vedevo prove di frode», ha rivelato Barr. «Rispetto Barr e ho accettato» quanto ha detto sulle elezioni, ovvero che non c'erano brogli e che Trump aveva perso, ha detto invece Ivanka agli investigatori in un’ammissione particolarmente dolorosa per l’ex presidente, che in lei ha la figlia prediletta. 

«Trump ha convocato la folla, l’ha radunata e ha acceso la fiamma di questo attacco. Voleva restare al potere nonostante avesse perso le elezioni», ha riassunto Liz Cheney, la deputata repubblicana nemica dell’ex presidente, rivelando come il tycoon fosse convinto che Mike Pence, il suo vice presidente, "meritasse" di essere impiccato come chiesto a gran voce dagli assalitori del Campidoglio. Cheney quindi si è rivolta ai suoi colleghi repubblicani ammonendoli sul fatto che schierandosi con l'ex presidente «difendono l’indifendibile». «Trump un giorno non ci sarà più, ma la vostra reputazione sarà per sempre macchiata». 

A sostegno delle dichiarazioni e delle testimonianze raccolte in oltre un anno di indagini, la commissione ha presentato un nuovo video shock con immagini inedite del giorno più buio per la democrazia americana. Un filmato di violenza e rabbia. A Capitol Hill «c'erano scene di guerra, una carneficina, il caos. Non posso neanche descrivere quello che ho visto. Scivolavo sul sangue di altre persone», ha raccontato scossa Caroline Edwards, l'agente ferita durante l’insurrezione. Alla commissione e agli americani ha descritto l’orrore a cui ha assistito, gli insulti che le sono piovuti addosso. E’ stato un racconto di violenza anche quello del regista di documentari Nick Quested, presente fisicamente all’audizione serale insieme a Edwards. A Washington per filmare il suo terzo comizio per il documentario sul dopo voto negli Stati Uniti a cui stava lavorando, Quested il 5 gennaio incontrò il leader dei Proud Boys, il gruppo di estrema destra accusato di sedizione per l’attacco. «L'atmosfera era cupa», ha riferito in merito all’incontro. 

L’ex presidente ha bollato l’udienza come un «circo» cercando di sminuirla. E’ stata una «produzione» televisiva con tanto di "produttore esecutivo, video montati e sceneggiatura. Il nostro Paese è veramente nei guai», ha tuonato, dicendosi certo che lo show andato in onda «non catturerà l’attenzione del pubblico». Poi, tramite il suo portavoce, ha lanciato la sfida: «le elezioni sono sempre a novembre».

Trump non ha ancora ufficialmente sciolto le riserve su una sua possibile candidatura per il 2024. Una discesa in campo temuta dai repubblicani moderati che vedono nell’ex presidente una minaccia e vorrebbero voltare pagina. Ma anche dai democratici che temono una nuova debacle stile 2016 e si augurano con la serie di udienze pubbliche sul 6 gennaio di convincere gli americani della colpevolezza di Trump. 

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