economia
Dai microchip ai rotoloni: la competizione globale e il "contesto" necessario per lo sviluppo del Sud
Mentre il mondo intero fa ponti d'oro alla microelettronica, in Italia si combatte ancora contro l'asfalto improbabile e un groviglio di inefficienze amministrative
Alla voce contesto, nel suo senso figurativo, il vocabolario Treccani detta: «L’insieme delle circostanze storiche, sociali, culturali o ambientali in cui si verifica un fatto o si genera un fenomeno». Il fenomeno che oggi ci interessa è quello del fare impresa nelle nostre città. E dunque: messa per una volta, almeno stavolta, la sordina alle pur confortanti e corroboranti macroanalisi che assegnano alla Sicilia voti positivi e un ruolo strategico o addirittura trainante per il Sud, il contesto in cui opera un’impresa, dalla più piccola alla più grande, è davvero favorevole, competitivo rispetto ad altre realtà, vicine e lontane?
La domanda non è oziosa, non vuole essere provocatoria, men che meno strumentale a nessun obiettivo se non quello di aprire un dibattito franco e “laico” sul futuro di questa terra, la nostra terra. E non ci interessa, qui e ora, chi ha fatto cosa. Ci sarà occasione per parlarne.
È indubbio il valore delle statistiche e proprio per questo proviamo a metterle allo specchio con la quotidianità, con chi opera sul territorio e si interfaccia ogni giorno con punti di forza - ci sono - e di debolezza - continuano a esserci. «Non beiamoci del segno più, perché altrimenti parliamo a noi stessi», ha ammonito ieri l’arcivescovo di Catania, Luigi Renna. Ipse dixit.
Allora, al di là degli acronimi (in ordine sparso: Zes, Zfu, Pnrr, Fsc) e delle iperboli (anche qui in ordine sparso: hub energetico, porta d’Europa, baricentro mediterraneo, isola del tesoro) serve riprendere, per esempio, le parole pronunciate da Giovanni Arena - cavaliere del lavoro alla guida di un gruppo che fattura oltre 1,5 miliardi e che ormai guarda oltre Stretto - all’inaugurazione di un nuovo centro commerciale a Catania, realizzato nell’ottica del riuso e della rigenerazione urbana: «Abbiamo totalmente riqualificato l’area, dal verde pubblico al mano stradale, in appena otto mesi, perché abbiamo fatto tutto noi privati».
Tradotto: se avessimo atteso i tempi decisionali del contesto - la filiera politico/amministrativa/burocratica - non avremmo tagliato nessun nastro in così poco tempo. E il sindaco Enrico Trantino, con l’onestà intellettuale che gli è propria, s’è detto «invidioso» della capacità del privato di rispettare in maniera ferrea il cronoprogramma di un masterplan.
Sono note a margine di un fatto di cronaca accaduto a Catania, ma per estensione facilmente replicabile in qualsiasi altra città siciliana e del Mezzogiorno, grande e quindi complessa, come pure piccola e comunque spesso labirintica: ci si perde e non tra le viuzze strette del borgo. Il tempo ha un valore almeno pari a quello di una visione d’impresa, di un’intuizione manageriale, banalmente di una opportunità di business. E qui la memoria ci fa riavvolgere il nastro a ieri l’altro, arrivando al 1993. In quel periodo chi scrive - cercando di narrare una Sicilia possibile che non fosse quella del tritolo vista a Capaci e in via D’Amelio - ebbe la ventura di vivere da vicino la crescita esponenziale dell’allora Sgs Thomson, oggi StMicroelectronics, sintetizzata nell’espressione “Etna Valley”, che da titolo giornalistico divenne modello di sviluppo.
Autocitarsi ci risulta sempre esercizio odioso, ma lo facciamo perché torna in mente il brutale realismo di Salvatore Castorina, alter ego di Pasquale Pistorio, che pur in quella stagione di crescita verticale della microelettronica in Sicilia, sentì il bisogno di dirci: «Il capitale è una brutta bestia, va dove è meglio remunerato». Un monito. Perché mentre l’Etna Valley si faceva mito industriale, i manager del colosso italofrancese quando aspettavano un cliente giapponese, statunitense o svedese, facevano la danza della pioggia al contrario, sperando che non si allagassero gli ingressi davanti agli stabilimenti di Pantano d’Arci e non si dovesse arrivare lì con cingolati o scafi improvvisati. Oppure nel businessplan inserivano alla voce “costi” le spese per proprie cabine elettriche, nel timore di continue interruzioni di energia, come pure per vasche d’acqua e depuratori autonomi, nella consapevolezza della qualità della fornitura idrica.
Sembra oggi, per tanti aspetti. In attesa che si mettano a terra i cantieri per la zona industriale di Catania, spinti dai 50 milioni di fondi regionali, a Pantano d’Arci si continua a convivere con l’asfalto improbabile, la St ha investito di suo sulla rete fognaria - unico caso nella “mappa” dei siti della multinazionale, non gli è capitato non dico a Singapore, ma neanche in Marocco - sulle risorse idriche e sulla depurazione, con la beffa di non potere sversare in mare acqua doverosamente trattata e “ripulita” perché a monte tanti non fanno altrettanto e quindi le autorità competenti chiudono i canali di scarico, peraltro in tratti di costa dove comunque vige il divieto di balneazione. E qui si è tra Pirandello e Camilleri, fate voi.
Nel frattempo il mondo gira e rigira, cambia, fa ponti d’oro, certo non a caso, a chi investe nel settore della microelettronica, il più strategico perché pervasivo in tutti i campi.
Beninteso: non è solo questione di scelte amministrative o di spessore infrastrutturale o di certezza del diritto, altra voce da considerare quando si fa un investimento. L’attualità di un modello come quello dell’Etna Valley, quasi quarant’anni dopo dai suoi albori, riguarda infatti anche il mondo della formazione, anche accademica: le nostre università - e per nostre si intende quelle italiane, Politecnici compresi - sono sicure di offrire quegli standard di preparazione adeguati a reggere la concorrenza che viene dall’Europa ma anche dall’India, che nell’istruzione ha ereditato una struttura di anglosassone memoria? Un neolaureato che non sia un cervellone è pronto a essere ingranaggio di una macchina che si confronta con il mondo futuro?
Sono tutte sfaccettature che rientrano nel già citato e famigerato contesto, laddove, e non per vezzo giornalistico, va pure ricompresa la difficoltà che si incontra a reperire carta igienica per 1.400 addetti impegnati nel realizzare la “fabbrica del futuro”.
Dai microchip ai rotoloni, servono dieci piani di concretezza.