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Sto nella mia pelle!

Sto nella mia pelle!

 

“Esiste al mondo condizione migliore di quella di un oggetto? E più ancora, di un oggetto d’arte?”.

 

L’autore della allegoria è il filosofo, drammaturgo e scrittore Eric Emmanuel Schmitt, che ha pubblicato il romanzo “Quando ero un’opera d’arte” (edizioni e/o,2006, ndA), storia atta a rappresentare, ancora una volta, la seduzione nascosta in quel faustiano patto con il diavolo, che qui conduce un uomo sull’orlo del suicidio, ad accettare un modo alternativo di cambiare la propria vita, consegnandosi nelle mani sapienti e coraggiose di un’artista, che lo trasformerà in un’opera d’arte. Rappresentando così direttamente, gli stilemi di una insolita ma capillare cultura odierna, che tende ad identificare il percorso di conquista della felicità con quello della conquista della bellezza.

 

I creativi del disegno industriale, quale riferimento fondamentale ed universale per creare oggetti ed ambienti adatti ad ospitare lo sviluppo dinamico delle nostre esistenze, hanno ora a che fare con un corpo, che viene definito dagli operatori commerciali un 'corpo design'.

Cioè un ente costituito da un’immagine che evoca il desiderio di essere levigato, scolpito, liftato, marmorizzato, quasi fosse una scultura, un corpo virtuale e scientifico inteso come elemento plastico, rifinito e cesellato da una cosmetica che, analizzandolo in tutte le sue specificità con programmi mirati, si propone l’obiettivo di conquistare tecniche e prodotti in grado di rappresentare una valida alternativa al bisturi.

Un corpo allo scanner insomma, trattato con prodotti zoom che mettono a fuoco i pochi centimetri quadrati da trattare, che mettono in atto il fenomeno della frammentazione, della differenziazione, attraverso formule ‘su misura’, che considerano il nostro corpo come un conto corrente personale.

 

 

Ma la vera rivoluzione in atto è proprio quella profetizzata dalla scrittrice Mary Shelley nel noto romanzo “Frankenstein” : quello di rendere la vita quanto più lunga possibile e con un gradiente qualitativo elevato, ottenuto mediante la possibilità di poter riparare, o sostituire, i propri organi ammalorati, proprio come in una officina meccanica.

E, badate bene, saranno proprio i nostri organi.

Il sogno del Dottor Frankenstein diviene allora realtà, ed a nostro beneficio: i ricercatori potranno far ricrescere un osso traumatizzato o colpito da un tumore attraverso l’iniezione di cellule staminali, progenitrici del tessuto connettivo su un supporto/impalcatura bio-tech che poi svanirà; già con ampie applicazioni oggi riescono a coltivare in laboratorio le cellule presenti nei tessuti cutanei, per poter curare le ustioni della pelle (a partire da piccoli lembi di pelle, si riesce a costruire piccoli fogli di epidermide, che viene sostituita a quella distrutta dalle bruciature); e, last but not least: cominciano a stampare organi umani con le stampanti 3D, la nuova frontiera del bioprinting, utilizzando cellule umane come inchiostro.

Vivere in eterno? Sogno o incubo?

È dunque qualcosa che assomiglia molto al Santo Graal.

 

In un raffinatissimo spot pubblicitario, realizzato per la nota compagnia di servizi per le comunicazioni Telecom Italia (allora, adesso TIM) Woody Allen metteva in scena abilmente tutte le personali nevrosi, rispondendo con moti crescenti di panico con effetto a cascata, alla notizia (ricevuta al telefono portatile da un interlocutore misterioso ed affidabile) dell’allungamento certo della nostra aspettativa di vita, commisurata, in specie, in una durata pari a 150 anni.

Allen rispondeva freneticamente agli interrogativi che egli stesso poneva alla propria coscienza, ma che erano avviluppati tutti saldamente ad una nevrotica realtà metropolitana, con altrettante inquietanti domande, del genere:

“come farò a sopportare mia moglie per così tanto tempo, non sono preparato a questo!”,

....,”..e l’affitto, come la mettiamo con l’affitto?”. 

Quesiti che il regista affrontava con il solito feroce ed elegante sarcasmo, scandagliando nella propria vita privata, ma che coinvolgono ogni essere umano, di qualunque grado e cultura.

 

La letteratura è costellata di miti e leggende che raccontano le sofferenze della solitudine degli immortali, da l’Olandese Volante costretto a navigare in eterno, ad Highlander, fino al protagonista di “Requiem per Matusalemme” della serie televisiva Star Trek, dove il protagonista è costretto a realizzare un androide per poter avere compagnia in eterno.

E cosa accadrà alla tanto desiderata pensione?

Una delle prefigurazioni è quella che vede il periodo dedicato all’età pensionabile, ridursi ed implodere, sino a divenire una specie di periodo sabbatico, dove peraltro ci si potrà rigenerare e, volendo, tornare al lavoro, magari in un nuovo e più accattivante ambito professionale.

E per quanto riguarda le terapie, quali costi, non solo economici, dovremo affrontare per mantenere la nostra giovinezza?

Dovremo poter incontrare, in ogni remoto angolo del pianeta, un ambiente consono ad accogliere ed ospitare le funzioni necessarie alla esplicazione di una vita che possiede connotazioni, dedizioni e necessità costanti

E ancora, quali ripercussioni registreremo sulla nostra matrice identitaria, possedendo perlopiù, un corpo rinnovato, costituito da elementi integrati, biotecnologici e quasi estranei?

...., e così via.

Ma non posso fare a meno di sfuggire agli innumerevoli paradossi, cui faceva riferimento lo spot di Allen, e mi vengono in mente sempre nuovi quesiti, del tipo:

che cosa diverrebbe una pena detentiva, se noi fossimo immortali?,

bisognerebbe riscrivere e riformare il Codice Penale,...., e avrebbe più senso una assicurazione sulla vita?

,..., e che fine farebbero tutte quelle religioni che promettono una salvezza ultraterrena?

,..., e poi, chi potrà permettersi l’immortalità, visto che oggi l’aspettativa di vita della metà della popolazione del pianeta è ancora confinata al di sotto del limite dei 40 anni?

Un lavoro da designer.

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