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Lampedusa, i diritti chiesti dai cittadini in una lunga missiva corredata da 2.500 firme

Agrigento

Lampedusa, i diritti chiesti dai cittadini in una lunga missiva corredata da 2.500 firme

Di Gaetano Ravanà

Dopo la raccolta di 2.500 firme inviate a tutte le istituzioni e ai vari gruppi parlamentari europei, il Comitsto spontaneo di Lampedusa spera di poter far chiudere definitivamente l'hotspot locale e dire basta ai continui sbarchi di migranti. 

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"La crisi legata al Covid-19 - si legge nella lunga missiva con le firme - ha fatto emergere con più forza le criticità del territorio di Lampedusa e Linosa. Da anni viviamo la mancanza dei più elementari diritti e uno sfruttamento del territorio che ha portato ad una situazione inaccettabile. Alla crisi sanitaria ed economica, che sta attraversando tutto il paese, sulle nostre isole si somma la perenne emergenza legata alla "gestione" delle migrazioni. In queste settimane abbiamo visto di tutto: l'assenza di una stanza per il pre-triage prima di accedere al Pronto Soccorso e al Poliambulatorio; in molte occasioni l’assenza dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) per le forze dell'ordine presenti sull'isola, così come per il personale medico, sia nelle operazioni di assistenza durante gli sbarchi, sia durante le ordinarie operazioni sanitarie;  i voli di continuità territoriale (che durante l'attuale emergenza sono stati ridotti in numero e in capienza) spesso saturati dalle forze dell’ordine che avrebbero potuto viaggiare con aerei militari e i viaggi della nave di linea utilizzati per i trasferimenti delle persone migranti;  una sola ambulanza utilizzata sia per le operazioni legate agli sbarchi che per le esigenze della comunità". 

I lampedusani sono stanchi di dare sempre e non ricevere mai. 

" Abbiamo assistito - si legge ancora - anche alla totale incertezza e disorganizzazione legata alle prospettive per il turismo. Mentre noi scriviamo i voli dalle principali città italiane, verso Lampedusa, vengono cancellati. I lavoratori hanno pochissime garanzie e le imprese locali soffrono l’assoluta mancanza di misure concrete. Come Comitato Spontaneo di Lampedusa abbiamo cercato di mantenere un approccio costruttivo e dialogante con tutte le componenti dell’isola ma non è stato possibile arrivare ad una proposta condivisa da tutte e da tutti. In particolare, abbiamo vissuto una profonda crisi delle istituzioni locali che avrebbero dovuto favorire i processi di partecipazione democratica e invece hanno tentato di isolarci e screditarci. Per ben due volte è stata negata la possibilità di convocare un consiglio comunale straordinario avente nel proprio ordine del giorno i punti della petizione, nonostante a richiederlo vi fosse una mobilitazione di centinaia di persone. Ugualmente l'amministrazione non ha neanche voluto convocare un momento di confronto pubblico (da svolgersi in osservanza alle misure anti-Covid-19) con quella parte di cittadinanza che da giorni dimostrava di mobilitarsi sui due punti della petizione. Di contro, durante un consiglio comunale straordinario a seguito del quale nessuna mozione veniva votata, si preferiva, da parte del sindaco e di un Consigliere, attaccare e screditare i rappresentanti delle mobilitazioni in corso, dicendo espressamente di isolarli. Pensiamo sia venuto il momento di affrontare le problematiche storiche delle Pelagie e che per fare questo si debba partire dai due punti che stiamo cercando di fare emergere a livello nazionale e internazionale. Sappiamo anche che le isole Pelagie, in particolare i cittadini di Lampedusa, vivono sotto scacco per l’assenza di un piano generale di sviluppo e di gestione dell'isola, a partire da un Piano Regolatore Generale, con una conseguente illegalità diffusa che tocca tutti noi. Un’illegalità che è stata però alimentata dalle istituzioni che mai hanno preso in mano la situazione cercando di dare gli strumenti necessari affinché il tessuto economico-sociale dell'isola potesse riscattarsi dal sommerso e dall'abusivismo. Spesso le nostre mancanze, i nostri errori sono stati utilizzati come arma di ricatto, come minaccia velata o diretta, per fermare delle giuste rivendicazioni. Le nostre colpe, quindi, vanno sommate a quelle ben più gravi di chi doveva dotarci degli strumenti per fare emergere l’economia sommersa e regolarizzare le attività sul territorio. Se ci sono stati interventi sono stati di tipo repressivo e mai di tipo risolutivo. Per questo vorremmo che insieme alle due richieste che inviamo si prendesse anche in considerazione la realizzazione di un grande piano per regolarizzare le Pelagie e fare in modo che diritti e doveri comincino finalmente ad essere rispettati sia dai noi isolani che dalle Istituzioni".

In buona sostanza le richieste vanno dall'impegno a realizzare un ospedale a Lampedusa e a fare in modo che sul territorio delle Pelagie venga garantito l'effettivo rispetto dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), in linea con l'art. 32 della Costituzione e con le normative vigenti; di segnare una forte discontinuità nell'utilizzo e nell'abuso del territorio di Lampedusa e della sua comunità all'interno della governance delle migrazioni, così come verificatosi da trent'anni a questa parte: chiudere l'hotspot e garantire il trasferimento immediato dei migranti a terraferma, senza passare dall'isola, sottraendo così Lampedusa alle strumentalizzazioni, alla militarizzazione, ai ricatti e alla complicità col commercio di carne umana. Noi continueremo su questa strada finché queste richieste non verranno accolte". 

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