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Agrigento

Viola il divieto di comunicazione, arrestato l'avv. Giuseppe Arnone

Di Redazione

E’ stato arrestato l’avvocato agrigentino e leader ambientalista Giuseppe Arnone per avere violato il divieto di comunicazione. Arnone, che si trovava in regime di semilibertà, avrebbe inviato una Pec al tribunale di sorveglianza di Palermo per rivendicare il suo diritto di espressione. A suo carico il reato di diffamazione a mezzo stampa. Arnone è stato raggiunto dalla polizia che lo ha riportato nel carcere di contrada Petrusa, ad Agrigento.

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Il provvedimento arriva mentre è ancora sotto riserva il procedimento che si è svolto lo scorso 4 maggio in camera di consiglio davanti al tribunale di sorveglianza di Palermo per la scarcerazione di Arnone. La procura della Repubblica di Agrigento aveva sollecitato per il legale, noto ambientalista, la revoca della misura della semilibertà. «Arnone - dice ora il suo avvocato difensore, Francesco Menallo - si trova in condizioni di semilibertà e privato ormai da tre anni del diritto di manifestare e comunicare il suo pensiero a mezzo della stampa e via social ed ha chiesto la grazia al Presidente della Repubblica anche per l’imminente sentenza della Corte Costituzionale che, come preannunciato con ordinanza n. 132/2020 firmata dall’allora presidente Marta Cartabia, oggi ministro della Giustizia, dichiarerà incostituzionale la norma penale che punisce con la pena detentiva i colpevoli del reato di diffamazione, a seguito del relativo pronunciamento della Corte di Giustizia della comunità europea che ha ritenuto tale sistema sanzionatorio eccessivamente ed immotivatamente compressivo del diritto di critica e di opinione. Il mio assistito - spiega Menallo - se dovessero essere accolte le richieste dell’ufficio del pubblico ministero, rischia di essere incarcerato per fatti che tra un mese non saranno più previsti come reato e, nelle more, viene privato del diritto di manifestare il suo pensiero nell’assunto che, così facendo, potrebbe commettere altri reati di opinione, peraltro prossimi a non poter più essere sanzionati con pene detentive, come ci chiede da anni l’Unione europea.E' una vicenda emblematica dello stallo della giustizia penale in Italia», conclude Menallo.

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