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Disabili, in Sicilia il “Pif-effect”: in 31mila volevano l’assegno

Il racconto: bisognosi contro furbetti. I “gravissimi” (autocertificati) decuplicati per chiedere 1.500 euro al mese

Disabili, in Sicilia il “Pif-effect”: in 31mila volevano l’assegno

Trattasi di argomento delicato. Da maneggiare con estrema cura. Parliamo di disabili. Disabili gravissimi. Che, per intenderci, hanno bisogno di assistenza 24 ore su 24.

Quelli che da sempre, in Sicilia, sono stati - nella migliore ipotesi - presi in giro dai politici, illusi, bistrattati. E magari, per pudore o per rassegnazione, nascosti in famiglia.

Quelli che costarono il posto Gianluca Miccichè - non cattivo, tutt’al più furbetto dell’assessoratino - sbugiardato dalle Iene.
Quelli che - in diretta streaming mondiale da Palazzo d’Orléans - furono al centro dello scontro titanico fra Rosario Crocetta e Pif.

Parliamo di disabili. Disabili gravissimi. Dopo gli scandali in tv, la Regione si accorse della loro esistenza. «Ma quanti sono?», fu la prima domanda; fra Crocetta e i numeri era una guerra impari. Arrivò una prima stima: 3.682 i cittadini con disabilità totale. Fu avviato un censimento delle Asp e il numero scese a 2.808. Poi, incrociando i dati con l’anagrafe dei comuni, si scoprì che nel frattempo alcuni erano morti. Censimento finale: 2.140 disabili gravissimi nell’Isola.
Poi, sotto la fortissima pressione mediatica del “Pif-effect”, il governo annunciò il via libera ai benefici assistenziali per questa categoria di cittadini. Seguirono altre polemiche sui ritardi e sull’effettiva erogazione dei fondi. Non tutti, fra chi ne aveva diritto, ricevettero i soldi per l’assistenza.

Arriviamo ai nostri giorni. Si aprono i termini per le richieste del cosiddetto “assegno di cura”: 1.500 euro netti al mese per i disabili e le loro famiglie. Un aiuto concreto (e in alcuni casi neanche sufficiente) a chi ha davvero bisogno. Ma anche una fortissima tentazione per i furbetti siculi. Ingolositi da due circostanze: per ottenere l’assegno non ci sono limiti di reddito e, soprattutto, non vanno rendicontate le spese effettivamente affrontate per l’assistenza.

Com’è finita? Nella regione purtroppo nota per l’esercito dei forestali e per le più svariate fenomenologie di precariato assistito, il numero finale di autocertificazioni di “disabili gravissimi” dovrebbe farci riflettere: al 31 gennaio scorso, negli uffici delle Asp sono arrivate 31.812 istanze. Ovvero: gli aspiranti disabili sono il mille per cento in più rispetto alla stima iniziale (per eccesso) del 2017.

Una montagna di scartoffie da esaminare per le Unità di valutazione multidisciplinari delle Asp. Il 9 marzo arriva arriva il dato: 10.180 domande selezionate come idonee. Anche se il lavoro non è finito. Perché, a fronte dei 2.703 “idonei” di Palermo e dei 2.018 di Catania, a Ragusa c’erano soltanto 78 casi. Con proteste degli esclusi, alcuni dei quali denunciavano di non essere stati visitati. «Ma sono già cresciuti a quasi 200. Sono da valutare altre 300 casi, il dato ragusano si attesterà sulla media delle altre province», rassicuravano ieri dalla Regione.

Ora, sarà pure vero che le nuove regole (fissate nel decreto del ministero della Salute del 26 settembre 2016) estendono i requisiti e allargano le maglie, eppure il dato finale - depurato dai 2/3 di bocciati dalle Asp - è cinque volte l’ultimo fornito dal governo Crocetta. Il primo a esserne impressionato è il successore, Nello Musumeci: «Sono amareggiato da un tasso di patologie gravissime così alto», dice il governatore. Che però ammette la «necessità di efficaci controlli a campione per verificare, anche ex post, il possesso dei requisiti per l’assegno».

E c’è chi si spinge oltre. Come Francesco Lirosi, presidente del Coresam, il Coordinamento regionale salute mentale. «Se la Sicilia dovesse pagare l’assegno ai 31mila richiedenti ci vorrebbe oltre mezzo miliardo, ovvero più dell’intera capienza del Fondo nazionale di assistenza. Per quelli ritenuti idonei ci vorranno comunque 180 milioni, che prosciugheranno tutte le risorse regionali per l’assistenza socio-sanitaria». Per intenderci: Lirosi è portatore di un interesse diverso (ma altrettanto legittimo), che è quello delle comunità-alloggio per disabili psichici. Ed è esplicito: «Non vorrei che il boom di domande nascondesse, in parte, un nuovo filone di assistenzialismo alla siciliana. Perché se l’assegno serve a molte famiglia che ne hanno davvero bisogno, è vero anche che, senza obbligo di rendicontare alcunché, per qualcuno diventa uno stipendificio...».

Molto meno sospettoso è Pippo Di Natale, responsabile del Forum del Terzo settore: «L’assegno, oltre a far emergere casi magari nascosti in casa, è una risposta alla tutela della dignità dei disabili e delle loro famiglie. Ma deve servire dare garanzie sui servizi e a valorizzare l’attività di cura, evitando di alimentare lavoro nero. E non è sufficiente se le istituzioni, erogando 1.500 euro al mese, dovessero sentirsi sollevate da ogni altra responsabilità sui disabili. Così come bisogna controllare eventuali casi di chi non ha diritto all’assegno».

La patata bollente resta sul tavolo degli assessori regionali competenti in materia. Mariella Ippolito (Famiglia) ha firmato il decreto per impegnare la spesa in favore di una prima robusta tranche di disabili ritenuti idonei. In arrivo ci sarebbero già 100 milioni. Oggi, nel bilancio della Regione, la dotazione complessiva del fondo è di 183 milioni. Ai quali vanno aggiunti circa 20 milioni (risorse dei Distretti socio-sanitari non spese nel 2017), per cui il problema non si porrebbe. Ma Ruggero Razza, assessore alla Salute, guarda oltre. E, a tarda sera, dopo cinque ore di confronto con le associazioni, ammette: «La Sicilia, in tema di disabilità, è in ritardo di vent’anni rispetto al resto del Paese. Non so se riusciremo a recuperare, ma si è aperta una nuova era. Il sistema va cambiato, in meglio, per tutti».

Sullo sfondo resterebbero i circa 20mila aspiranti disabili gravissimi che chiedevano i 1.500 euro al mese pur non avendone diritto. Molti dei quali in assoluta buona fede. Ma centinaia di casi sarebbero meritevoli di approfondimento. Se non da parte dei magistrati delle Procure, almeno di sociologi e antropologi. Che ci racconterebbero la Sicilia di oggi. Ma questa è un’altra storia.

Twitter: @MarioBarresi

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