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A bordo della Diciotti migranti pregano e chiedono: «Quando ci fanno scendere»?

In queste ore hanno ricevuto la visita di alcuni politici e di rappresentanti di associazioni umanitarie

A bordo della Diciotti migranti pregano e chiedono: «Quando ci fanno scendere»?

Catania - Ora che i 27 minori non accompagnati sono stati portati nei centri di prima accoglienza i 150 migranti rimasti a bordo, in condizioni sempre più difficili, stremati ed impauriti, sperano che da un momento all’altro tocchi anche a loro scendere dalla nave Diciotti per raggiungere finalmente la terraferma. Ma la speranza, che si accende nei loro sguardi ogniqualvolta dal ponte vedono salire persone sulla passerella s'infrange subito dopo. E così consegnano frustrazione e delusione ai tanti politici autorizzati a salire sulla Diciotti per constatare le condizioni dei migranti mentre nel piazzale le forze dell’ordine tengono a distanza i manifestanti che intonano "Bella ciao" e che mantengono il presidio, sempre più numeroso con l’arrivo di delegazioni di varie associazioni. In un clima di attesa infinita, ai migranti non rimane che raccontare le storie del loro calvario.


«Ma insomma. Che succede? Perché non ci fanno scendere? Questa non è vita, alcuni di noi hanno disagi mentali per quello che hanno subito. Quanto deve andare avanti ancora?», chiedono a Riccardo Magi, deputato di +Europa, salito sulla nave. Il parlamentare riferisce che tra loro c'è «chi ha dovuto farsi consegnare oltre tremila dollari dalla famiglia per pagare i suoi torturatori e interrompere le sevizie». Una eritrea di 22 anni racconta di avere fatto un viaggio di due anni, di essere stata venduta da un clan all’altro in Libia, e violentata a ogni passaggio fino a quando ha ottenuto i soldi necessari per potersi pagare il viaggio, più di ottomila euro; e mostra i segni di un colpo di arma da fuoco a una mano che gli ha creato una invalidità.
Dei 150 a bordo, 130 provengono dall’Eritrea, dieci dalla isole Comore, sei dal Bangladesh, due dalla Siria e poi ci sono un egiziano e un somalo. Quando la Diciotti era davanti a Lampedusa i migranti hanno minacciato uno sciopero della fame perché volevano fare la doccia con il sapone. Il comandante riferisce di avere fatto venire dal centro di prima accoglienza di Lampedusa dei kit con sapone e dentifricio. Poi l’arrivo a Catania, la lunga attesa.

«Sono sfiduciati, li aiuta molto la loro fede, pregano molto - racconta Federica Montisanti di Intersos, presente sulla nave Diciotti nell’ambito di un progetto dell’Unicef - Ieri era la ricorrenza di una festività di cristiani ortodossi che prevede di bere del tè alla fine della funzione. La bevanda è stata distribuita a tutti i presenti anche ai musulmani e ai cattolici protestanti». A bordo, spiega Montisanti, «il tempo passa lentamente ed è difficile spiegare ai migranti, che vogliono scendere il prima possibile, perché non li fanno sbarcare. C'è stato un forte abbassamento dell’umore, che sfiora la depressione, nonostante il grande lavoro del personale a bordo, a partire dalla guardia costiera». Dal pontile i migranti hanno assistito quasi impassibili all’azione dimostrativa compiuta da una delegazione della Rete antirazzista con un gommone e una bandiera con scritto «Open to refugees», ma il tentativo di avvicinarsi alla Diciotti è stato bloccato dalle motovedette delle forze dell’ordine. 

Tra i parlamentari che oggi sono saliti sulla Diciotti, anche Laura Boldrini, ex presidente della Camera ed ex portavoce dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati per il Sud Europa. 

«La linea di comando della Diciotti mi è difficile poterla immaginare. Non credo ci sia un atto formale ma d’altra parte non c'è stato alcun atto formale neanche rispetto alle navi delle ong. Non c'è una circolare amministrativa, non c'è nulla. Questo è un governo che non fa atti come d’abitudine si fa in uno stato di diritto ma fa twitt e dunque sul twitt le navi si sono più o meno regolate». «Penso che qualcuno dovrebbe fare rinsavire Salvini e fargli capire che fare il ministro è una cosa seria. Non basta fare i twitt, le dirette su Facebook., vuol dire assumersi le responsabilità che rappresentare lo Stato implica», ha concluso Boldrini.

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