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Farmaci d'oro, così curarsi diventa un privilegio per pochi

I medicinali di nuova generazione sono tecnicamente salva-vita ma costano dai 4.000 agli 8.000 euro al mese. Intervista con l'oncologo catanese Giuseppe Banna: «E' frustrante dire no ai pazienti»
Di Gabriella Bellucci

Una disparità sociale bella e buona, una discriminazione tra ricchi e poveri di quelle che affiorano da tempo in Italia ma mai, fino ad ora, in maniera così spiccata nel settore sanitario. Parliamo del diritto alla salute, costituzionalmente tutelato, ma fragorosamente disatteso per diverse categorie di malati, a cominciare da quelli oncologici, che non possono accedere – se non a proprie spese – a farmaci di nuova generazione costosissimi. Quanto? «Dai 4.000 agli 8.000 euro al mese», spiega il dott. Giuseppe Banna, dirigente medico di primo livello dell'Oncologia medica all'ospedale Cannizzaro di Catania, uno dei tanti medici che non si danno pace per i ritardi ingiustificati dello Stato. Già, perché è lo Stato, e segnatamente l'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco, che deve dare risposte, e invece da oltre due anni tiene il fascicolo in stand by, costringendo medici e pazienti a fare i conti con un “vorrei e non posso” a dir poco frustrante.   Tutto nasce nel 2012, quando l'allora ministro della Salute, Renato Balduzzi, con il decreto 158 istituisce la classe «Cnn» per questo tipo di farmaci, già approvati a livello europeo, in attesa della negoziazione del prezzo tra l'Aifa e le relative case farmaceutiche. In altre parole, i farmaci vengono subito immessi sul mercato, a disposizione del territorio e dei pazienti. Ma a loro carico. Perché «Cnn» significa che i farmaci in questione sono di classe C, ovvero a pagamento come tutti gli altri della categoria («nn» indica «non negoziato»). Dati i costi esorbitanti, è evidente che in pochi, tra pazienti e aziende sanitarie, sono in grado di sostenere la spesa. Figli e figliastri, insomma, con tanti saluti al diritto alla salute e alla parità di accesso alle cure. Si solleva subito un polverone a livello medico e politico, con proteste e interrogazioni parlamentari. Il ministro Balduzzi si difende, assicurando che la sua intenzione non era di favorire le case farmaceutiche ma di accorciare i tempi di immissione sul mercato per i pazienti bisognosi, in attesa che l'Aifa concludesse la negoziazione dei prezzi.   L'Aifa, però, tace. E continuerà a farlo ancora per molto (fino a quando?), anche di fronte alla sollecitazione arrivata un anno fa dal nuovo ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che nel decreto Fare dava all'Aifa 100 giorni di tempo per pronunciarsi. Silenzio tombale a tutt'oggi. Con l'unica eccezione di «un farmaco della Roche, che si usa per il carcinoma alla mammella, rimasto in Cnn fino all'8 luglio scorso, quando è stata fissata la rimborsabilità - precisa il dott. Banna – Ma nella classe Cnn ci sono farmaci non solo oncologici: alcuni sono per l'epatite C, per esempio, altri ematologici. Nel mio settore parliamo di farmaci che si applicano in patologie di grande diffusione, come il Regorafenib e l'Aflibercept per i carcinomi al colon retto metastatico».   Il Cannizzaro, va detto, è una delle poche realtà ospedaliere in Sicilia, e non solo, dove alcuni di questi farmaci sono disponibili. «Noi abbiamo avuto la fortuna di avere una direzione sanitaria molto sensibile – spiega il dott. Banna - e devo davvero ringraziare il dottore Giuffrida perché ci ha permesso di prescrivere nell'arco di tre mesi cinque somministrazioni di Regorafenib e due di questi nuovi farmaci per il carcinoma alla mammella. Ma è chiaro che qui noi possiamo garantire il farmaco solo a chi è stato seguito nella nostra struttura, non possiamo aprire le porte a tutti perché paga l'ospedale con un impegno rilevante. In molti casi abbiamo dovuto dire di no, ed è una condizione molto frustrante». Soprattutto per chi ha fatto il Giuramento di Ippocrate.   Ma questi farmaci sono davvero così efficaci? Si possono considerare salvavita? «Tecnicamente sì, parliamo di farmaci di seconda generazione rispetto alla chemioterapia, che possono allungare la sopravvivenza di tre-quattro settimane, e garantire anche una buona qualità della vita». In molti Paesi europei, come la Germania, sono da tempo rimborsabili e accessibili a tutti. Nel Regno Unito, invece, il Nice, l'ente regolatore, ha fatto una scelta drasticamente diversa, scartandoli dal mercato. Per cinismo? No: per evitare una discriminante disparità di accesso dopo la valutazione costibenefici. Ed è un tema che ha una sua logica. «Sì, ha una sua logica ed è più coerente – osserva il dott. Banna - qui il problema è etico, non solo tecnico ed economico. Il Nice dice: a fronte di trequattro settimane di vita in più, non possiamo permetterci questa spesa con i soldi della collettività. Questo all'inizio creò un grosso problema tra gli inglesi perché mentre in Europa quasi tutti avevamo a disposizione i nuovi farmaci oncologi, nel Regno Unito non c'erano. Poi, in realtà, esiste un fondo sociale al quale si può accedere per ottenere ugualmente il farmaco».   In estrema sintesi: il cittadino britannico indigente, alla fine, trova il modo per approvvigionarsi; quello italiano no, mentre i ricchi possono pagare di tasca loro o andare all'estero. Il dott. Banna allarga le braccia. «Il problema è che quando, purtroppo, si delega la ricerca totalmente alle case farmaceutiche ci sono dei profitti economici da realizzare nella più ampia generazione possibile. In questo caso stiamo parlando di farmaci biologici che hanno un bersaglio molecolare: ma, un po' perché non ci sono i mezzi, un po' perché non ci si prova, non si riesce bene ad identificarlo per selezionare la popolazione che più potrebbe trarre benefici. Ci si accontenta di darli al 100% dei pazienti, anche se magari a rispondere meglio è solo il 20%. E' chiaro che il medico ha una sua libertà prescrittiva, e io quel tipo di farmaco non lo do a tutti. Ma manca a monte la mediazione, e manca anche la progettualità, la capacità di prendere decisioni. Tutto questo, insieme alla burocrazia che assorbe tempo ed energia, produce una scoraggiamento sui medici e disorienta i pazienti, che vogliono solo sapere se un farmaco è utile».   Un ricerca mirata sul bersaglio molecolare porterebbe vantaggi anche economici per il sistema sanitario. Ed è lo Stato che dovrebbe occuparsene («ma all'Aifa manca questo ruolo di mediazione ») non certo le «big farm», che non hanno alcun interesse a procurare ad altri una razionalizzazione dei costi. Anzi. «Le case farmaceutiche fanno il loro mestiere, con investimenti importati nella ricerca, che poi hanno una breve durata del brevetto, e quindi cercano di ottimizzare i loro profitti. Ormai si sono concentrate sulle malattie croniche, mettendo in commercio farmaci che non risolvono la malattia ma allungano l'aspettativa di vita con un utilizzo prolungato ». E gli Stati pagano, appunto, soggiacendo alla logica perversa del dio business, anche in ambito sanitario. «Gli Stati europei ormai investono pochissimo nella ricerca scientifica – spiega il dott. Banna - un tempo i farmaci oncologici venivano prodotti negli Istituti dei tumori, Milano in primis. Ma anche qui a Catania si produceva il Mitoxantrone. Se la ricerca la fa lo Stato, è chiaro che la casa farmaceutica si occupa solo dell'immissione in commercio. Diversamente, ti fa pagare tutta la ricerca che tu non hai voluto fare».   Dando per persa la battaglia della ricerca pubblica, c'è però un altro ordine di problemi che riguarda il funzionamento delle macchine burocratiche. E l'Italia, manco a dirlo, è maglia nerissima in Europa, come sottolinea il dott. Banna con un moto di stizza. «Il nodo è proprio questo: che dall'indicazione dell'Ema (l'ente europeo per i farmaci) alla messa in commercio negli Stati, la Germania impiega 58 giorni in media, il Regno Unito 61, la Francia 221, noi 857 giorni: due anni e tre mesi! ». L'intoppo, è evidente, sta all'Aifa, che per ragioni non meglio precisate (o precisabili), non riesce a fare il suo dovere. Come se non bastasse, a quell'inerzia si aggiungono i labirinti della pubblica amministrazione.   Il dott. Banna si infervora: «Questa cosa dei 100 giorni della Lorenzin, se anche fosse stata rispettata, non basterebbe a risolvere il problema. Nel momento in cui l'Aifa fissa la rimborsabilità del farmaco e lo mette a disposizione non a pagamento del paziente, succede che a Milano il giorno dopo il farmaco è disponibile, a Catania può passare anche un anno. Perché ogni Regione ha la sua modalità, e i suoi tempi, per la distribuzione del farmaco. Tutto questo crea ulteriori disparità. La mia sensazione è che per evitare contenziosi a livello europeo (il decreto di Balduzzi a questo era finalizzato) si è finito per favorire le case farmaceutiche che, obiettivamente, beneficiano di tutta questa vicenda».. Obiettivamente sì.

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