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Turisti del vino boom in Sicilia e la cantina diventa resort

Estate da record con migliaia di visite e i vecchi casolari si aprono anche all'ospitalità
Di Mario Barresi

NOTO - Andando per cantine, in una notte d'agosto, a Noto può anche capitarti la piacevolissima congiuntura astrale (sì, perché questo cielo stellato c'entra; eccome) di sorseggiare un calice di Nero d'Avola assieme a Diego Planeta. Che, quasi volesse mettere alla prova il compagno di merenda in cantina, si schermisce autodefinendosi «l'ex presidente di una cantina sociale». Come se potesse nascondere la sua essenza, quella di uomo che ha fatto - e che continua a fare - la storia del vino in Sicilia. Ironizza, volutamente sopra le righe, sulla sua idiosincrasia per il capoluogo isolano: «Ho dato disposizioni testamentarie: io a Palermo non mi faccio seppellire». E dissacra i balbettii degli imprenditori vessati dalla burocrazia («tutte sciocchezze, chi se ne fotte: se si vuole fare una cosa, alla fine si fa»), perché alla fine «basta imparare a salire le scale in ginocchio e a baciare le mani, cose che io ho imparato da bambino»; e, se visto da un'altra prospettiva, il peso delle scartoffie sicule, è una «compensazione divina», poiché «chi ha il vantaggio di nascere in una terra meravigliosa come la nostra dovrà pur avere qualche svantaggio per riequilibrare».   Un fiume in piena. Mentre dice che «dietro ogni bottiglia di vino c'è un territorio e ci sono gli uomini» sullo sfondo suonano note jazz. Ipnotizzati dalle parole del cavaliere Planeta, quasi non ci accorgiamo di quello che succede attorno a questo tavolino turchese, traboccante di scacce, caponatine e micropanini con la mortadella. Succede che il sud-est, un pifferaio magico, ha attratto centinaia di persone in un luogo dell'anima - a Noto, in contrada Buonivini, nomen omen - per uno di quelli che chiamano country happy hour. Una serata speciale, nel cuore di 50 ettari di vigneti, degustando i vini prodotti in questa “cantina invisibile” (intesa come a impatto zero, ambientale e architettonico), con i migliori talenti della musica siciliana fra i carrubi che costellano l'antico palmento. Nero d'Avola, Moscato di Noto e Passito di Noto, «perché per fare il vino al meglio non devi esportare il vitigno ma lasciarlo lì, dov'è sempre stato, e spostarti tu», certifica Planeta. Che se in questa notte d'agosto è proprio qui, lo si deve anche «al grande investimento che stiamo facendo su questi luoghi». Un investimento che punta sui giovani, il meglio delle professionalità siciliane in un blend che accoglie dall'estero pure la frizzante professionalità di Patricia Toth, enologa che ha trascorso tutta la (breve) vacanza nella sua Ungheria a caccia di una bottiglia di Tokaji del 1995, anno di fondazione di Planeta, «per aprirla al ritorno con i colleghi in nome di uno spirito di squadra di un'azienda dov'è un piacere lavorare».   Un investimento che non è soltanto fare vino al meglio, ma anche sfruttare al massimo l'effetto-traino di un territorio e di una tendenza che creano un unicum irripetibile. E così l'estate del 2014 è quella della definitiva consacrazione dell'enorme potenziale turistico del sud-est siciliano su un versante in crescita esponenziale. È tutto un fiorire di aperitivi, visite guidate, concerti. Quello di sabato sera, ad esempio, è stato il terzo e ultimo appuntamento di iLive Planeta, all'interno del programma “Agosto in cantina” condiviso con la Strada del vino del Val di Noto. Decine di appuntamenti, con migliaia di presenze. Gente che arriva, dal resto d'Italia e anche dall'estero, perché affascinata dalle storie millenarie di quelle botti. Diecimila presenze soltanto nelle cantine Planeta in un anno, 2.500 fra Noto e Vittoria.   E in molti non si accontentano di degustare, vogliono pure restare. L'eno-turista cerca ospitalità chic, tant'è che sono le stesse cantine a rispondere a questa domanda: «La cantina di Buonvini - racconta la responsabile delle strutture Planeta del sud-est siciliano, Viviana Pitino - offre la possibilità di soggiornare nelle Case Sparse, piccole abitazioni rurali color rosso amaranto, immerse nelle vigne, ristrutturate nel rispetto della tradizione contadina e arredate con le creazioni di Costanza Algranti, realizzate interamente con materiali di recupero». E adesso comincia la stagione della vendemmia-show. Cantine che aprono le porte a chi vuole bere, mangiare e dormire, casolari che si trasformano in piccoli resort di gran classe. Ma non bastano, a rispondere alle migliaia di persone che chiedono un soggiorno a misura di bottiglia. Vengono in Sicilia con l'espediente letterario del vino e poi decidono di visitarla e di fare un bagno; oppure fanno il percorso inverso, attratti dal mare e dalla cultura, ma non si lasciano sfuggire l'occasione di un tour in cantina.   Un business di milioni di euro, che però il “sistema Sicilia” non riesce a valorizzare. Perché non sempre c'è dialogo fra le cantine, gli albergatori e i ristoratori di qualità. L'Isola del gusto attrae gli appassionati, costretti però ad aspettare gli eventi (molto atteso il Mandrarossa Vineyard Tour a Menfi), oppure a crearsi un itinerario fai-da-te. Fra guide gastronomiche, hotel e visite da prenotare: ogni parte slegata l'una dall'altra. E qui arriva il pezzo di strada che si dovrebbe fare accompagnati dalla Regione. E qui, quando le note si affievoliscono, risuonano le parole di Diego Planeta. Quelle sulla compensazione divina nei confronti di una terra troppo avvantaggiata dalla sua bellezza per non meritarsi gli svantaggi creati da chi la popola. Ma sì, beviamoci sopra. In questa notte, che sia così. Bacco ci perdonerà. Con un ghigno beffardo. Il complesso jazz ha pure smesso di suonare. twitter: @MarioBarresi

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