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"I nostri muri", Caserta: «Il protezionismo ci lascia in casa, ma senza più avere le chiavi»

Di Maurizio Caserta

È intensa, da qualche anno, la discussione sui benefici e i danni della globalizzazione. La specializzazione produttiva ha permesso di redistribuire la produzione verso quei paesi che hanno vantaggi competitivi, generando vantaggi per tutti grazie alla riduzione dei costi. Tuttavia, questo processo non avviene nell’istante: quando si trasferisce una produzione, questa non è immediatamente soppiantata da un’altra. La riconversione produttiva guidata dai differenziali di produttività può richiedere del tempo e lasciare sul campo risorse che restano inutilizzate per molto tempo. La gestione del cambiamento non distribuisce i costi in modo equilibrato. Qualcuno paga più di altri. Un modo senza ostacoli al commercio è affascinante, ma è costoso. È per questo che spesso vengono costruiti muri a protezione di coloro che sarebbero destinati a pagare di più. Così facendo, però, si butta il bambino con l’acqua sporca. Basterebbe organizzare meglio la ripartizione dei costi per non perdere i vantaggi dell’assenza di ostacoli allo scambio.

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Il tema è discusso non solo per il movimento di merci, ma anche per il movimento delle persone. I flussi migratori possono portare vantaggi in termini di forza lavoro nuova, di contributo alla crescita demografica, di diversificazione culturale, ma impongono costi se concentrati in spazi limitati. Una cattiva distribuzione dei costi stimola, anche in questo caso, la costruzione di muri a protezione di chi subisce i costi maggiori. Basterebbe una più equilibrata distribuzione dei costi per trarre un vantaggio netto dai flussi migratori.

I muri di protezione non sono quindi una soluzione efficiente. Impedendo il movimento delle merci o delle persone privano il sistema di scambi virtuosi, semplicemente perché non si riesce a realizzare una equilibrata distribuzione dei costi. La protezione, dunque, genera un beneficio immediato, ma priva la società di un beneficio più grande nel futuro. È quella stessa protezione che offrono i muri di casa quando si percepisce un pericolo fuori di essa, ma è anche un vincolo che impedisce di rifornirsi di ciò che serve quando le scorte di casa si esauriscono.

Non sempre ci si ritrova al di qua dei muri. A volte si finisce per restare fuori di casa, senza neanche avere le chiavi di una delle porte di ingresso. Quei muri che erano di protezione diventano muri di esclusione. È questa la condizione dei giovani del Mezzogiorno italiano. Lasciati fuori di casa. Il peggior muro cui si possa pensare. Nessuna protezione. Solo esclusione. Secondo il rapporto Svimez 2019, negli ultimi venti anni hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15 mila residenti. Di questi la metà sono giovani fino a 34 anni. Costretti a cercar ‘casa’ altrove. Quella casa sono le opportunità di vita e di lavoro. Senza un’inversione di tendenza “nel 2065 la popolazione in età da lavoro diminuirà del 15% nel Centro-Nord (-3,9 milioni) e del 40% nel Mezzogiorno (-5,2 milioni)”. Un vero e proprio suicidio.

È un muro della vergogna quello che tiene centinaia di migliaia di giovani fuori dal mercato del lavoro. Ma chi gli ha tolto le chiavi di casa? La risposta non è difficile. Le generazioni precedenti. Le loro stesse famiglie, tutti noi. È avvenuto in modo consapevole? Probabilmente no, ma non per questo meno colpevole. Un lavoro richiede strumenti di produzione, materiali e immateriali. Quegli strumenti vanno creati prima che un giovane arrivi al mercato del lavoro. Richiedono risparmio mirato, buoni investimenti, tempo dedicato ai giovani, sapienza politica, genuino altruismo intergenerazionale. Ormai è troppo tardi.

Maurizio Caserta è professore ordinario di Economia politica presso il Dipartimento di Economia e Impresa dell'Università di Catania

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