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Con il gessato o in infradito ecco i siciliani d'esportazione

Storie di giovani che vanno all'estero col biglietto di sola andata: «L'Isola non ci merita»
Di Assia La Rosa

CATANIA - Siciliani d'esportazione, che sull'onda dell'emigrazione intellettuale varcano i confini italiani, superando lo spasmo dello sradicamento e il sentimento dell'attaccamento. Sono tanti, sempre di più, convinti – e sono i fatti a dargli ragione – che lì, in quei fazzoletti di terra dove si mastica l'inglese e si coltivano i sogni, la vita possa prendere colore e rischiarare il futuro. Ambasciatori di un'esterofilia dilagante sono proprio due imprenditori catanesi, Dario Consoli (46 anni) e Dario Angiolucci (40 anni), che in questi giorni stanno ultimando un tour presso gli Atenei italiani (Roma-Pisa-Venezia) per promuovere programmi di studio&lavoro nei cinque continenti. Con la loro piattaforma Studentsworld spingono i giovani a cercare fortuna altrove, perseguendo una strada dove la carriera non è legata a giochi di potere o a lobby di appartenenza (tanto care alle nostre logiche), ma dove le competenze acquisite possono trasformarsi davvero in opportunità professionali.   Lo sa bene Mirko Fazio, 27 anni e una laurea in Scienze della somunicazione, che con un biglietto di sola andata in tasca, neanche due mesi fa è approdato a Londra per proseguire il percorso di field marketing operator (operatore nel settore ricerche di mercato): «La mia esperienza di training all'estero è certamente diversa a quella di molti miei coetanei – racconta via Skype - sicuramente non è stato qualcosa di programmato ed è arrivata l'opportunità dopo una gavetta relativamente breve e un percorso lavorativo-formativo in un settore, quello delle ricerche di marketing, in calo in Italia. La scommessa del mio titolare - e conseguentemente la mia - però è semplice: mettere in pratica e sviluppare la lingua inglese, conoscere nuovi ambienti di lavoro e apprendere nuove “arti del mestiere” stando a contatto con clienti internazionali. Work in progress, ma certamente l'Italia, da questo punto di vista, non mi manca».   Dal lavoro in giacca e cravatta a quello in infradito, che si muove a cavallo di un chiringuito sulle spiagge spagnole: i profili dei lavoratori che guardano “oltre”, sono tra i più disparati e creativi. Il filo conduttore che muove giovani a espatriare è però uno ed è rappresentato dalla voglia liberarsi e svincolarsi da etichette che invischiano in una fitta rete clientelare, dove la meritocrazia non trova varchi, ingabbiando i trentenni nella più triste prospettiva di bamboccioni mantenuti. Lo puoi sentire dalla vivavoce dei diretti interessati, che al fischio della Sicilia rispondono con una smorfia. Meglio dunque esportare il made in Sicily, come ha fatto la catanese Chiara Bafumo, soprannominata “La reina del mojito”, che nel 2008 ha deciso di sbarcare alle isole Canarie per fare del concept “cool & fashion drink” un vero e proprio progetto di vita. Oggi “vende emozioni”, ancor prima che prodotti: «Diffondiamo l'uso di prodotti tipici – spiega – dai succhi di frutta naturali ai cocktail sperimentali che si riempiono dei nostri colori, sapori, odori».   La parola d'ordine spesso non è “andare”, ma “scantonare” per raggiungere traguardi che qui sono solo miraggi: «Sono andata via dall'Italia un anno fa nonostante sentivo già forte il desiderio di scappare durante gli ultimi due anni di Università – sottolinea Irene Fatuzzo, 23 anni, laureata in Economia all'Università di Catania ed emigrata a Londra un anno fa per completare gli studi in Gestione internazionale degli eventi – non appena la mia domanda di iscrizione alla University of Surrey è stata accettata ho preso un aereo per l'Inghilterra in cerca di gratificazione: rispetto per chi vuole imparare, opportunità che in Italia non vogliono dare. Sono partita con due valigioni carichi di sogni e di speranze e pesanti quanto la nostalgia di lasciare la mia terra e i miei affetti. Perché nonostante qualcuno dica che ci vuole un gran coraggio a rimanere per salvare l'Italia, credo fermamente che ci vuole più forza per scegliere di andare via. Non voglio salvare un Paese che mi ha praticamente rifiutata e spinta a cercare la mia fortuna altrove. Qui tutto funziona quasi perfettamente, ci sono mille opportunità professionali e attenzione per i giovani. Non è facile per niente gestire la propria vita fuori, confrontandosi con una cultura e una lingua diversa – conclude Irene - ma si è ripagati appieno, nonostante i sacrifici economici e logistici. Ogni volta che torno a casa sono sempre più convinta della mia scelta. Ho appena finito la mia Laurea specialistica e fra meno di una settimana inizierò a cercare un'occupazione, certa che qui esiste un'occasione di riscatto anche per me».   Insieme a lei è partito anche il fidanzato Giuseppe Furneri, neo ingegnere che, dopo un anno di master, è stato assunto tra le più grandi compagnie di servizi ingegneristici del Regno Unito. Perché all'estero puoi. Se vuoi

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