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«Io sto con la sposa» il film-documentario che sfida i confini e il pregiudizio

L'improbabile corteo nuziale di un gruppo di siriani e palestinesi in fuga dalla guerra
Di Ornella Sgroi

«C'è un sole unico per tutta l'umanità, una sola luna. Anche il mare è di tutti, così la vita. È di tutti e per tutti». A ricordarcelo è Tasneem Fared, giovane sposa palestinese in viaggio da Milano a Stoccolma con l'abito bianco indosso, il futuro marito al fianco e un corteo di amici siriani, palestinesi e italiani al seguito. Tutti protagonisti del coraggioso film-documentario “Io sto con la sposa” di Gabriele Del Grande, Antonio Augugliaro e Khaled Soliman Al Nassiry, uscito nelle sale italiane il 9 ottobre. Coraggioso ed emozionante perché non è un matrimonio come tanti, quello di Tasneem e Abdallah. La scintilla si accende quando il giornalista Gabriele Del Grande – classe 1982 e già l'esperienza sul campo delle primavere arabe e della guerre in Libia e in Siria – e il poeta palestinese siriano Khaled Soliman Al Nassiry – ormai milanese di adozione – incontrano a Milano cinque palestinesi e siriani in fuga dalla guerra, sbarcati a Lampedusa e alcuni sopravvissuti alla tragedia dell'11 ottobre di un anno fa, quando a distanza di una settimana dalla precedente strage in mare, al largo dell'isola morirono altri 260 profughi siriani, tra cui almeno sessanta bambini.   Per Abdallah, i coniugi Mona e Ahmed, il giovanissimo Manar e suo padre Alaa l'Italia è solo un luogo di passaggio. Per questo sono decisi a proseguire il viaggio, come tanti altri, verso la Svezia. Ancora da clandestini. Le leggi italiane ed europee sull'immigrazione, infatti, non danno loro altra scelta, così Gabriele e Khaled, piuttosto che lasciarli nuovamente in balia dei trafficanti di uomini che gestiscono anche il contrabbando via terra verso nord, decidono di aiutarli con un atto di disobbedienza civile che potrebbe costare loro fino a quindici anni di prigione. Mettono, quindi, in scena un finto matrimonio travestendo da sposi l'amica Tasneem e il “fuggitivo” Abdallah e da invitati alla cerimonia una decina di altri amici e affidano al regista milanese Antonio Augugliaro il compito di documentare il viaggio vero, folle e miracoloso di questo improbabile corteo nuziale attraverso l'Europa. Tremila chilometri in quattro giorni, tra il 14 e il 18 novembre 2013, sulla strada che da Milano deve portarli a Stoccolma. In auto fino a Ventimiglia, a piedi attraverso il “Passo della morte” che a Grimaldi Superiore segna il confine tra Italia e Francia e poi di nuovo in auto attraverso il Lussemburgo fino a Bochum in Germania e Copenaghen in Danimarca, ultima tappa prima di raggiungere la Svezia.   Ogni passaggio di frontiera, confine, dogana è un'esplosione di tensione, prima, e di gioia, dopo. Una gioia che va festeggiata doppiamente, dato che ad accogliere il corteo ci sono di solito amici e parenti lasciati anni addietro nei rispettivi Paesi di origine e rincontrati adesso per la prima volta. Come ad un vero banchetto di nozze, dove si canta, si brinda, si balla, anche per esorcizzare il dolore e la malinconia che riempiono i loro racconti. “Io sto con la sposa”, realizzato grazie ad una efficace campagna di crowdfounfing online sulla piattaforma Indiegogo (100 mila euro in 60 giorni con il contributo di 2617 persone in 38 Paesi) apre tappa dopo tappa, uno squarcio nelle vite dei protagonisti. Che si raccontano ricordandoci le contraddizioni spesso crudeli e spietate del sistema Europa e l'orrore da cui fuggono migliaia di uomini, donne e bambini che per la disperazione arrivano a pagare mille dollari a testa per morire in mare.   Racconti cui dà voce anche il rap grintoso e insieme struggente del piccolo Manar, un vero giovanissimo talento che esprime in musica tutta la maturità prematura che l'esperienza di vita gli ha fatto fiorire dentro. «Quanti occhi hanno pianto mentre il mondo restava a guardare? » canta Manar, ripercorrendo la storia di un popolo senza terra, da sempre costretto allo status di rifugiato. Un popolo che resterà unito «anche se la morte si sarà accampata dentro di noi». Oggi, nove mesi dopo il viaggio, Abdallah, Mona e Ahmed vivono in Svezia dove hanno ottenuto lo status di rifugiato politico. Manar e suo padre Alaa, invece, sono stati respinti in Italia dove però hanno ottenuto asilo politico. Tasneem è tornata in Italia con Gabriele, Khaled e gli altri invitati. Il documentario è “dedicato ai nostri figli perché ricordino sempre che nella vita arriva il momento di scegliere da che parte stare”. Io sto con la sposa. E tu?

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