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Agrigento, scandalo al Fabaria Rally Premio (poi annullato) dedicato al boss

Indetto il trofeo Milcar, poi gli organizzatori fanno marcia indietro
Di Fabio Russello

Il rombo dei motori delle auto che hanno partecipato al 23° Fabaria Rally è stato soppiantato dal rumore, ben più assordante, del trofeo – che gli organizzatori dicono sia una iniziativa autonoma della famiglia – intitolato a «Milcar», il primo vincitore, nel 1991, della corsa favarese. Solo che «Milcar» altro non è che Carmelo Milioti, l'imprenditore considerato un boss di Cosa nostra ucciso in un agguato di mafia il 13 agosto del 2003 all'interno di una sala da barba con un colpo di lupara in testa. Il trofeo «Milcar», come si leggeva sul sito ufficiale della manifestazione che si è conclusa ieri sera doveva essere «assegnato dalla famiglia all'equipaggio che registrerà il minor tempo dalla somma dei tre passaggi nella prova speciale Favara di 4,5 chilometri». La manifestazione, organizzata dalla Pro Racing, ha anche il patrocinio dei Comuni di Agrigento e Favara, della Provincia di Agrigento, della Camera di commercio di Agrigento, della Regione, dell'assessorato regionale al turismo, dell'Assemblea regionale siciliana, dell'Aci e persino dell'ente parco archeologico della Valle dei Templi. L'iniziativa di assegnare un premio alla memoria di Carmelo Milioti è stata dunque della famiglia – come ha spiegato Pasquale Mauro, della Pro Racing, l'associazione che ha organizzato il Fabaria Rally – che non c'entra nulla con la manifestazione ufficiale: «Non c'entra niente con il Fabaria Rally. Noi non eravamo d'accordo, ma la famiglia ha insistito». Ma il regolamento del trofeo «Milcar», dal nome di battaglia nel mondo delle corse del boss, prima di essere rimosso ieri sera, è comparso pure sul sito internet ufficiale della manifestazione. Poi una sorta di retromarcia anche perché la polemica è montata. Ieri sera, ad esempio, a chiedere conto e ragione del fatto c'era anche Striscia La Notizia con Stefania Petyx a cui evidentemente qualcuno ha segnalato quanto stava accadendo. Dunque nessuna premiazione ufficiale di consegna del premio dedicato a Milcar. Non è la prima volta che ad Agrigento l'intreccio tra sport e mafia porta ad episodi controversi. Nel 2009 ad esempio l'allora presidente dell'Akragas dedicò la vittoria della squadra ad un boss mafioso che era stato arrestato pochi giorni prima dalla Polizia. Poi quel boss è stato anche condannato perché accusato di volere ricostituire la famiglia mafiosa di Palma di Montechiaro. E va detto che lo spessore di Carmelo Milioti era in effetti quello del boss. Era considerato una sorta di ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra al punto tale da avere soppiantato Angelo Siino. Persino Giovanni Brusca, l'uomo che schiacciò il pulsante della strage di Capaci, ne parla come di un uomo su cui la mafia poteva contare. E non è un caso che lo stesso Brusca quando venne catturato si nascondeva in una villetta di Cannatello, territorio di Agrigento, ma feudo dei favaresi. Quando venne ammazzato, in un modo così plateale, Maurizio Di Gati, l'allora capo di cosa nostra agrigentina a cui Milioti era legatissimo e in nome del quale imponeva il pizzo, capì che era un segnale a lui diretto. E quel segnale glielo mandava proprio Giuseppe Falsone, l'uomo che con il beneplacito di Bernando Provenzano era giunto al vertice della mafia agrigentina. Di Gati infatti capisce il messaggio e quando si rende conto di avere perso la guerra si lascia catturare e si pente. E quando racconta ai magistrati quello che sa parlando del delitto Milioti spiega di avere subito capito che si trattava di un avvertimento nei suoi confronti perché Milioti era considerato un suo uomo, ma cita anche un “pizzino” di Giuseppe Falsone che si attribuisce il delitto: “Iu e Peppe u travagliu u ficimu bonu”. Carmelo Milioti, sei anni prima di essere ucciso era pure stato arrestato per associazione mafiosa finalizzata al controllo degli appalti e pochi mesi prima di essere ucciso era stato condannato a 6 anni e 10 mesi di carcere. Quando la magistratura gli sequestrò dei beni risultò intestatario di 21 imprese edili che fatturavano miliardi su miliardi.

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