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L'indagine: in Sicilia gli uomini vivono meno le donne invece si ammalano di più

Nelle statistiche l'Isola si trova in fondo alla classifica nazionale
Di Antonio Fiasconaro

PALERMO - I dati epidemiologici sono alle volte impietosi. Tuttavia aiutano a migliorare le cure e soprattutto mettere in campo tutte quelle azioni tali da migliorare il trend negativo. Ultimo report è quello dedicato alla donna siciliana che vive più a lungo degli uomini (83,4 anni contro i 78,7 dei maschi), ma si ammala anche di più. Nelle statistiche nazionali siamo in fondo alla classifica. Va peggio solo in Campania (83 anni) e la Sicilia è al di sotto della media nazionale che si attesta a 84,5 anni. Gli uomini siciliani vivono in media 78,7 anni contro i 79,4 della media nazionale. La speranza di vivere in buona salute della donna siciliana è di 6 anni e mezzo una volta compiuti i 65 anni. Il dato degli uomini è di 7,9 anni. È questo il quadro venuto fuori nel corso di un incontro scientifico che si è svolto oggi a Palermo sul sul tema “Salute e benessere della donna” nell'ambito del simposio nazionale dal titolo «Innovazioni terapeutiche nella pratica clinica endocrino ginecologica e ostetrica». Tra le patologie che colpiscono maggiormente le donne che vivono nell'Isola ci sono le ischemie del cuore: 478 casi per 100 mila abitanti contro una media nazionale che si ferma a 344 casi. I dati peggiori, ancora una volta, si registrano in Campania. Incoraggianti, invece, i numeri sull'incidenza dei tumori maligni nella popolazione femminile siciliana: 284 casi per 100 mila abitanti. È il dato più basso d'Italia, ben al di sotto delle regioni del Nord Italia che contribuiscono a fare schizzare la media nazionale oltre i 400 casi per 100 mila abitanti. Negli ultimi anni, però, in virtù della globalizzazione stiamo perdendo il vantaggio sulle regioni settentrionali. Complici soprattutto le abitudine negative, tra cui il fumo che ha segnato l'incremento dei tumori al polmone. Decisiva resta l'attività di prevenzione. Ad esempio gli screening, sempre più capillari, hanno diminuito l'incidenza dei tumori mammari. La stessa cosa non può dirsi, invece, per la copertura vaccinale per il Papilloma virus che si ferma al 51,3 per cento della popolazione contro una media nazionale del 66%, anche se di recente si assiste ad un'inversione di tendenza. Il punto fondamentale è il cambiamento della prospettiva di analisi. «La medicina ab origine ha avuto un'impostazione androcentrica – spiega il ginecologo e presidente del simposio, Domenico Gullo - relegando la salute femminile agli aspetti riproduttivi. Gli studi clinico farmacologici sono stati compiuti sugli uomini adattandone i risultati alla donna senza considerare che le peculiarità anatomo funzionali ormonali influenzano l'insorgenza e l'evoluzione delle malattie. Dagli anni ‘90 a livello internazionale si è registrata una profonda evoluzione con un approccio mirato a studiare l'impatto del genere e delle sue variabili (biologiche, ambientali, culturali, socio economiche) sulla fisiologia e sulla fisiopatologia delle malattie garantendo così a tutti, uomini e donne, il miglior approccio clinico, diagnostico e terapeutico»

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