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Processo trattativa “Stato-mafia”: i verbali

Processo trattativa “Stato-mafia”: i verbali della deposizione del presidente Napolitano

«Via D’Amelio accelerò il decreto sul carcere duro» IL VERBALE

Processo trattativa “Stato-mafia”: i verbali della deposizione del presidente Napolitano

PALERMO - La Corte d’Assise di Palermo ha depositato le trascrizioni del verbale dell’udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia in cui ha deposto il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Da questo momento le trascrizioni sono disponibili per accusa e difese. Per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il suo ex consigliere giuridico Loris D’Ambrosio era «animato da spirito di verità».

Lo dice nella prima parte della sua deposizione al processo sulla trattativa stato mafia. Con D’Ambrosio «eravamo una squadra di lavoro», ha aggiunto Napolitano. «D’Ambrosio non mi preannunciò né la lettera, né le dimissioni. Era preso da questa vicenda, era anche un pò assillato da queste telefonate, punto e basta».

Lo ha detto il presidente della Repubblica al processo sulla trattativa Stato-mafia, rispondendo alla domanda sulla lettera ricevuta dall’ex consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, in cui questi preannunciava le sue dimissioni. Napolitano descrive un D’Ambrosio «insofferente» dopo «la pubblicazione delle sue telefonate con Mancino. «Io non ho mai conosciuto il dottor D’Ambrosio fino al 1996, non ho mai avuto occasione di incontrarlo, di conoscere, né per la verità ho avuto occasione di sentirne parlare, sia pure attraverso persone che lo conoscessero bene e che conoscessero bene me». ha aggiunto il capo dello Stato. «Debbo dare, se può interessare alla Corte, signor Presidente, un certo peso al fatto che nel corso della mia lunga attività parlamentare - spiega Napolitano - ho detto che ero alla settima legislatura nel 1987, i miei interessi si erano sempre concentrati su due filoni tematici: Economia e Mezzogiorno da un lato e Affari Esteri, Politica Internazionale dall’altro. Io dal 1953 avevo sempre fatto parte o della Commissione Finanza e Tesoro o della Commissione Bilancio e Partecipazione Statali, mai della Commissione Affari Interni, mai della Speciale Commissione Parlamentare Bicamerale Antimafia.

Come accade in un grande gruppo politico, c’è naturalmente una divisione del lavoro, che tiene anche conto delle propensioni, delle competenze, e le mie propensioni e competenze non mi avevano mai portato a contatto con l’attività tutt’altra del Dottor D’Ambrosio. Lo conobbi - aggiunge Napolitano sempre parlando di D’Ambrosio - dopo essere diventato Ministro degli Interni del primo Governo Prodi, nel maggio del 1996, un pò dopo lo conobbi, in quanto come sempre il Ministro dell’Interno ha rapporti di collaborazione anche... Di collaborazione stretta nel senso che possono prendere insieme l’iniziativa di determinati Disegni di Legge. Ministro della Giustizia Flick, e fu sicuramente il Professor Flick che mi presentò il dottor D’Ambrosio, non saprei dire in quale mese del 96 o del 97, comunque comincia solo allora il mio rapporto di conoscenza con il dottor D’Ambrosio».

Ed ancora «sì, lo trovo già, anche se con un compito un pò più limitato perché il Presidente Ciampi aveva pensato che fosse essenziale avere tra i suoi Consiglieri un esperto naturalmente di Diritto e di Procedure, anche Costituzionali, al fine di esercitare, ove richiesto e ove naturalmente fosse poi quella la sua determinazione, il Potere di Grazia. Una volta diventato io Presidente, mi resi conto che era importante avere un Consigliere per gli Affari di Giustizia con un mandato assai più ampio e infatti - ha ricordato il capo dello Stato - lo rinominai Consigliere del Presidente, ma con un mandato più ampio con gli Affari di Giustizia in generale». Prosegue il capo dello Stato: «Sono convinto che la tragedia di via D’Amelio rappresentò un colpo di acceleratore decisivo per la conversione del decreto legge 8 giugno ‘92 sul carcere duro».

La comunicazione del rischio attentati a Giovanni Spadolini, allora presidente del Senato, e a lui stesso, all’epoca presidente della Camera, Giorgio Napolitano la ebbe dal capo della polizia, Parisi, «e non avevo dubbi che la facesse sì personalmente lui, ma che la facesse a nome del Ministero dell’Interno», Nicola Mancino. Così il Capo dello Stato nella sua deposizione rispondendo alle domande del legale di Mancino, Massimo Krogh. «Non ricordo che mi sia stata comunicata alcuna ulteriore precisazione da parte del Ministro dell’Interno che in quel momento era esattamente il Ministro Mancino, ma certamente sapeva benissimo che... O aveva addirittura autorizzato lui, il Prefetto Parisi, a venire da me per parlarmene», si legge nei verbali. «Non ho mai avuto un colloquio con il Generale Mori, mai».

Lo afferma Giorgio Napolitano nella sua deposizione in risposta alle domande del presidente della Corte d’assise, Alfredo Montalto. «Subranni - afferma il Capo dello Stato - non ricordo di averlo mai conosciuto e il Generale Mori o Colonnello Mori l’ho conosciuto di sicuro soltanto ai margini di cerimonie a cui io partecipavo nell’esercizio di varie mie funzioni e lui egualmente partecipava». Fu l’allora presidente della commissione Antimafia, Luciano Violante, a informare il capo dello Stato Giorgio Napolitano, all’epoca presidente della Camera, che il mafioso Vito Ciancimino voleva essere ascoltato dalla commissione Antimafia. Lo dice, al processo sulla trattativa Stato-mafia, Giorgio Napolitano. «Può anche avermene parlato - ha risposto Napolitano - ma non perché io mi pronunciassi». «In quella lettera c’era un dato di vera e propria esasperazione, era un uomo profondamente scosso, amareggiato perché vedeva mettere in dubbio la sua lealtà di servitore dello Stato. Era una lettera di uomo sconvolto, scritta d’impulso, con l’obiettivo di dimettersi e però sapendo che oramai era dentro un certo tipo di movimento di opinione, chiamiamolo così, o comunque di campagna giornalistica che lo stava ferendo a morte». «Quando il presidente del Consiglio (Ciampi - ndr) dice “abbiamo rischiato un colpo di Stato” se non c’è allora fibrillazione vuol dire che il corpo non risponde a nessuno stimolo». Napolitano ha ricordato il blackout a Palazzo Chigi, ad agosto, definendolo «un classico ingrediente di colpo di Stato».

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