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Don Carmelo naufrago per scelta con il cane Pipino nella terra di “Iddu”

Fabio Tracuzzi e l'impresa di ricordare un padre ingombrante quanto amato
Di Rino D'Alessandro

Chi è don Carmelo? Chi è Pipino? Chi è “Iddu”? L'uomo, l'animale, la natura realizzano la metafora della libertà, della vita e della morte. Fabio Tracuzzi, giornalista dai molteplici interessi: sport, turismo, spettacolo, cronaca, denuncia politica, si misura per la prima volta, in una scrittura più complessa qual è quella di un libro. E' stata una lunga gestazione: da anni ne parlava, anche se lo faceva soltanto con le persone a lui più vicine di cui si fidava e si fida da sempre. “Carmelo Beato lui, il vulcano Stromboli e il cane Pipino” (Giuseppe Maimone editore) non è un romanzo, tantomeno un saggio o un pamphlet turistico. E' piuttosto un atto d'amore, una sorta di autoanalisi dell'autore, un cercare e trovare nella profondità dei ricordi, degli affetti, delle emozioni vissute, la figura di un padremito lontano, eppure così presente, idealizzato, amato e forse (ma lui non lo dice) talvolta odiato. Una ricostruzione che finisce col fare un tutt'uno fra don Carmelo, naufrago per scelta, e il dio del fuoco.   E di un viaggio nella profondità dell'anima, “Iddu”, come chiamano da sempre gli strombolani il vulcano, rappresenta il Virgilio ideale dell'averno. Un averno che don Carmelo, nobile diseredato, un giorno di tanti anni fa, scelse, lasciando famiglia e comodità, per amore della bellissima Heidi, la segretaria di produzione, del famoso “Stromboli (Terra di dio) ” di Rossellini con Igrid Bergman, un film che cambiò per sempre il destino dell'isola e dei suoi abitanti. Siamo agli inizi degli Anni 50 e da quel momento, nell'isola, nulla sarà più come prima.   Don Carmelo è uno dei primi “invasori”, ma anche uno degli ultimi che instaura un rapporto vero, carnale con “Iddu”. Ama i silenzi delle notti, interrotti soltanto dal fragore delle onde e dai boati del vulcano, la lentezza e la ripetitività dei gesti di quel manipolo di indigeni, l'attesa un po' felliniana della nave che non si scorge all'orizzonte. «Dov'è la nave? A Panarea... » ripetono tutti. E quando appare al largo sembra la realizzazione di un miraggio.   Si dipanano così i capitoli, emergendo dalle nebbie della memoria. Le atmosfere sono una diversa dall'altra: “I rumori del silezio”, “Il rollo” (la barca a remi che trasbordava i passeggeri dalla C nave sull'isola), L”Australia” (gli isolani che emigrano e che, per non smentirsi, scelgono il Continente più lontano e meno abitato). E poi i profili di personaggi, quelli che oggi chiameremmo “emaginati”, come “Peppino l'uscieri”, da tutti considerato pazzo, ma con una filosofia di vita tutta sua.   “Carmelo, Beato lui” non è un libro da leggere tutto d'un fiato, ma con la predisposizione, oggi sempre più rara, ad immergersi in atmosfere antiche e magiche, oggi inghiottite dal tempo e dalla scelleratezza degli uomini. Don Carmelo, scrive Fabio Tracuzzi, aveva un rapporto di amore-odio con l'isola, o meglio, con “l'isola che non c'è più”, da quando i generali del turismo avevano scatenato assalti sempre più devastanti. Eppure, e sembra una contraddizione ma non lo è, proprio lui in estate di turismo in qualche modo viveva. Nel tempo aprì due ristoranti, la Trave e il Capitello, dove era possibile gustare piatti raffinatissimi e vini pregiati. Ma non a tutti era consentito frequentare le “case” di don Carmelo: selezionava gli ospiti e se gli avventori erano maleducati non esitava a cacciarli via. Un episodio gustoso riguarda il sindaco di una città svizzera, incredibile ma verissimo, che dimostra che il bon ton non sempre risiede Oltrealpe.   Don Carmelo Tracuzzi andava a caccia nell'isola. Al suo fianco il cane Pipino, che gli tenne compagnia, anche e soprattutto nei momenti più bui dell'anima, per 14 anni. Diceva don Carmelo: «Il padrone di questa casa è Pipino. E' cortese, affettuoso, ma con grande dignità... ». Anche il capitolo dedicato al cane è ricco di episodi singolari che delineano la personalità del “naufrago per scelta”, da tanti considerato il playboy dell'isola.   Poi quando arrivò quella Signora che incontri una sola volta, quella morte più volte evocata in alcuni scritti, lo fece in pieno agosto con tutte le complicazioni del caso, quasi a voler dimostrare, che i j'accuse di don Carmelo erano concreti. Sulla tomba l'epitaffio che suona come un brindisi al viaggio concluso e saluto beffardo al conformismo: “Carmelo, beato lui”.   Ma il capitolo che ritrae al meglio la personalità rocciosa, ma al contempo l'anima friabile di Carmelo è “La libertà”. Ne riportiamo un paragrafo. «La luna era spuntata da dietro il cono del vulcano. E con il suo splendore aveva cancellato quasi tutte le stelle che brillavano prima all'Osservatorio. Quella luna... Lei andò in camera poi salì sul tetto, indossando solo una gonna bianca e merlettata lunga fino ai piedi. Quei piedi nudi. Il suo seno era timidamente coperto dai suoi capelli lunghi. E cominciò a ballare al suono di una musica immaginaria ma bellissima e leggera. Solo io e Stromboli potevamo vederla, ma lei in quel momento non vedeva nessuno. Ballava e sognava. Sognava e ballava. Padrona assoluta della sua vita, padrona assoluta della sua esistenza. Era sola con se stessa. Poi d'un tratto si ferma. Mi chiama. Mi abbraccia. Mi stringe. Era tutta bagnata. E se fosse lei la mia libertà? ».

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