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Viadotto crollato, «non è il primo caso»

Viadotto crollato, «non è il primo caso» ecco tutti gli scandali del cemento in Sicilia

La ditta costruttrice: «E’ stato un errore consegnarlo in anticipo»

Viadotto crollato, «non è il primo caso» ecco tutti gli scandali del cemento in Sicilia

PALERMO - «Il crollo avvenuto sulla Palermo-Agrigento non è il primo. Ricordo ancora il ponte caduto sulla Gela-Caltanissetta, all’altezza di Butera, e allora si parlò di calcestruzzo depotenziato. Su questo nuovo caso non sappiamo nulla sulle responsabilità, ma è chiaro che va fatta luce su quanto accaduto». Il presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta, è preoccupato dopo lo smottamento che ha fatto cedere la spalla del viadotto Scorciavacche sulla Palermo-Agrigento, inaugurato a Natale e già chiuso prima di Capodanno. Ora sulla vicenda lavora la Procura di Termini Imerese, saziando il giustizialismo fast food. In attesa di far cadere nel dimenticatoio - mediatico, ma soprattutto istituzionale e politico - l’ennesimo scandalo.  

 

Ma troppe domande rischiano di restare senza risposta, al di là della vicenda di cronaca. La prima: tutti hanno fatto e fanno il loro dovere nel controllo della qualità costruttiva delle opere pubbliche? La seconda: esiste un monitoraggio di infrastrutture che in Sicilia rischiano di sbriciolarsi? La risposta a entrambe le domande è la stessa: no.  

 

Partiamo dalle responsabilità. E dagli elenchi delle opere a rischio. Uno, il più grave, è già “allegato” alla storia giudiziaria degli scandali di cemento. In Sicilia l’uso di materiali scadenti per la costruzione di opere pubbliche è quasi una tradizione nel business delle costruzioni. Così come è una regola che la maggior parte delle ditte fornitrici di calcestruzzo sia in odore di mafia: dalla Messina Calcestruzzi dei fratelli Pellegrino, sequestrata dalla Dia nel 2009, alla Calcestruzzi Mazara, a lungo ritenuta un quartier generale di Cosa Nostra, fino ai cinque impianti controllati da Benny Valenza nella Sicilia occidentale e confiscati dai carabinieri di Monreale su ordine della Dda di Palermo alla Calcestruzzi Spa. In questo sistema si raccontano casi da romanzo criminale. Il più grottesco all’ospedale “Di Dio” di Agrigento, costato 40 milioni e vent’anni di lavoro. Poco prima dell’inaugurazione, nel 2009, si accorsero che sui muri e nei pavimenti cominciarono ad aprirsi crepe. Inquietanti, come le parole del pentito Carlo Alberto Ferrauto. Che raccontò ai magistrati come l’ospedale fosse stato costruito «con calcestruzzo fasullo fornito dalla mafia». Ma la storia-simbolo è quella di Castelvetrano, dove i boss misero le mani (e il cemento “taroccato”) persino nel cantiere per costruire il commissariato di polizia, addirittura in un terreno confiscato alla mafia.  

 

La lista più corposa è quella finita sul tavolo della Procura di Caltanissetta nell’inchiesta sull’utilizzo del cemento depotenziato, condotta dal procuratore Sergio Lari e dall’allora aggiunto Nicolò Marino e finita in un processo con le prime condanne in due diversi gradi di giudizio. Cosa nostra, grazie al controllo che la “Calcestruzzi” del gruppo Italcementi (risultato poi estraneo all’indagine) avrebbe portato a termine truffando sulla qualità del cemento fornito alle ditte impegnate nella costruzione di grandi e importanti opere pubbliche in Sicilia. C’erano, fra le altre opere, lo svincolo di Castelbuono e la galleria Cozzo Minneria dell’autostrada Palermo-Messina, un’ala dell’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta, la diga foranea di Gela, la galleria Cipolla a Licata e lo scorrimento 626 “Salso III”. «Inviammo noi gli atti di quell’indagine al ministero delle Infrastrutture - ricorda Lari - che fu informato di tutte le opere coinvolte e sequestrate».  

 

Ma da Roma non si mosse nulla, perché fu poi «il custode esecutore a provvedere ai controlli, alla messa in sicurezza e al risanamento delle opere» poi restituite alla Italcementi. «Un gran lavoro dal punto di vista giudiziario ma anche amministrativo», ricorda il procuratore. Un modello virtuoso di “supplenza” della magistratura rispetto all’incapacità di politica e burocrazia, di cui - nel cono d’ombra mediatico seguito allo scandalismo iniziale - nessuno sembra quasi essersi accorto». Lari ricorda, con una punta di amarezza, che «le Procure non possono essere il cane da guardia della sicurezza delle opere, anche perché non ci sono le risorse». Così come sembra caduta nel dimenticatoio un’altra inchiesta scaturita per “gemmazione” dalle carte nissene: quella sul crollo del viadotto Petrulla, nella Statale 626 tra Licata e Ravanusa, anche qui con l’ipotesi di cemento depotenziato.   Ma arriva una rassicurazione dal procuratore aggiunto di Agrigento, Ignazio Fonzo, che indaga assieme al sostituto Carlo Cinque: «Poco prima delle feste natalizie abbiamo ricevuto la perizia dei docenti universitari Colombrita e Vabalà, valuteremo subito gli esiti per dare una svolta e un’accelerazione». Ma questa, ricorda con schiettezza Fonzo, «è solo una delle opere a rischio in Sicilia, dove andrebbe avviato un rigoroso “tagliando” su nuove e vecchie costruzioni».  

 

Proprio quella che annuncia l’assessore regionale alle Infrastrutture, Giovanni Pizzo: «Una task force, con professionisti di alto livello che nominerò nelle prossime ore, si metterà al lavoro su tutte le opere a rischio». Pizzo sta per ricevere dall’Anas «i dati su una cinquantina di punti critici, soprattutto ponti e viadotti, in Sicilia per poter avviare il campionamento».  

 

Ma anche la Regione è in ritardo. Di anni, nella programmazione. Con un caso anche più recente da raccontare: a ottobre era arrivata l’offerta da parte del prestigioso Diseg (Dipartimento di Ingegneria strutturale, edile e geotecnica) del Politecnico di Torino. «Avevo concordato con l’allora assessore Nico Torrisi - ci riferisce al telefono il docente Giuseppe Mancini - una proposta di database da compilare da parte delle diverse amministrazioni, in modo da consentire un primo screening delle opere». Dieci dati schematici su ponti e viadotti siciliani, per «iniziare un censimento che si sarebbe concluso con un monitoraggio con tecnologie microelettroniche», piccoli sensori che raccontano in tempo reale lo stato di salute delle opere. «Un sistema innovativo e a costi limitatissimi», assicura il professor Mancini. Che certifica: «La Regione non ci ha poi fatto sapere più nulla. E noi ci siamo fermati». Un muro di gomma, così come quello del ministero sulla black list della Procura di Caltanissetta. Tutti in silenzio; quando c’è da programmare e assumersi le proprie responsabilità. Tutti, spesso anche gli stessi, fragorosamente prodighi di parole; quando c’è da vergare comunicati o da postare tweet d’indignazione.

 

twitter: @MarioBarresi

 

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