Notizie locali
Pubblicità

Archivio

Supermario sfida gli Stati

Di Enrico Cisnetto

Non è un bazooka. Ma un colpo di fucile nella direzione giusta, sì. E nell'Europa dei piccoli passi, spesso anche indietro, non è cosa da poco quella che Draghi è riuscito a far passare alla Bce. Certo, condividere solo il 20% dei rischi relativi ai 1080 miliardi di titoli che la Bce comprerà di qui fino a settembre 2016 può far storcere la bocca. Ma intanto sono meglio di zero, e poi questa forma di mutualizzazione rappresenta la fine di un tabù che apre la strada, sul piano culturale prima ancora che pratico, ad una vera e propria federalizzazione del debito europeo. Tuttavia, è presto per dire se questo quantitative easing sarà o meno sufficiente a riassorbire la caduta dei prezzi e riportare l'inflazione alla soglia del 2%, così come se spingerà in modo strutturale il cambio dell'euro verso la parità con il dollaro e se sarà capace di bagnare in modo irreversibile le polveri da sparo della speculazione nei confronti della moneta unica e dell'eurosistema. Anche perché rimane il fatto che, come Draghi ha ripetuto fino alla noia, ogni manovra monetaria, per quanto straordinaria, non potrà che restare un palliativo se i governi non si impegneranno nelle riforme nazionali e nell'integrazione delle sovranità. Veri fronti da cui passa, o meno, la possibilità di mettere fine alla più grande crisi economica dell'ultimo secolo anche per l'Europa, dopo che Obama l'ha dichiarata archiviata per gli Usa. Perché la vittoria di ieri non è stata senza difficoltà. A parte gli anni che ci sono voluti a convincere i Paesi più rigoristi (Germania in testa, con i giornalisti tedeschi che continuavano a domandare a Draghi se non temesse l'inflazione), ieri il board dell'Eurotower ha votato a maggioranza l'adozione del Quantitative Easing, ma - come ha specificato Draghi - per consensus “la condivisione dei rischi”. Segno che questa “prima volta per l'Europa” è stata ottenuta con l'astensione di Berlino. Insomma, non si è invertita la rotta del rigore di bilancio, come dimostra che per l'acquisto dei titoli la Bce ha posto la condizione supplementare di “investment grade”, per cui in caso di declassamento del debito pubblico il programma dovrà essere sospeso. La sfida è un'altra: spingere sull'acceleratore delle riforme e puntare dritti verso gli Stati Uniti d'Europa, un soggetto politico che guardi al futuro e non al passato, un progetto attraverso cui condividere il domani delle prossime generazioni. Un avvenire che possiamo affrontare solo integrandoci ed evitando di ripetere gli errori commessi. E se per farlo dobbiamo eliminare i nostri difetti - per esempio bassa produttività, clientelismo, corruzione, lassismo finanziario o il truccare i conti da parte della Grecia - ed esaltare i nostri pregi - capacità di innovazione, ingegno e stile…- ben venga un processo di unificazione senza militari e morti da cui ad oggi è impossibile tornare indietro. Tutti i Paesi dell'Est che aspirano ad esser parte dell'Europa sono dei pazzi sconsiderati o, invece, nonostante tutti i problemi che ha l'Unione europea, vedono a due passi da loro un'area economica di libertà, di regole, di democrazia? Un'area che professa eguaglianza e diritti e che negli ultimi 60 anni ha reso pacifico il continente più insanguinato della storia. Un'innovazione senza precedenti che unisce fisicamente e moralmente ciò che a lungo è stato diviso, così come dovrebbe essere il federalismo correttamente inteso. Ecco, gli Stati nazionali non possono più sbagliare, perché dopo aver “comprato tempo”, aver annunciato di essere pronto a “fare tutto il necessario”, aver sostenuto l'economia esangue con il taglio record dei tassi e ripetuti prestiti agevolati, aver predisposto il “bazooka”prima e il QE dopo, a Mario Draghi non possiamo davvero più chiedere nulla. Tocca a noi.

Pubblicità
COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA
Di più su questi argomenti: