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Quirinale, un nome che unisca

Di Domenico Tempio

Ha ragione Matteo Renzi a invocare il “carpe diem”. Sono arrivati i giorni delle scelte. Non siamo forse al “rien ne va plus”, perché la nostra gente ha sette vite, ma che sul tavolo non tanto verde dell'Italia, dove si addensano nuvoloni, si giochi una partita determinante non c'è dubbio. Se Draghi, a dispetto dei tedeschi, ha sparato col suo bazooka miliardi di euro per risollevare l'Europa, e se la Grecia, sempre a dispetto dei tedeschi, ha deciso di voltar pagina pur con molte incognite, non si vede perché noi dovremmo continuare a stare in apnea in attesa che qualcosa accada? Gli appuntamenti di questi giorni li conosciamo: superato proprio ieri lo scoglio della legge elettorale (si attende il ripasso alla Camera), ci aspettano a partire da oggi l'elezione del capo dello Stato, e, successivamente, un'altra lettura delle riforme istituzionali. In un momento così delicato ci sembra assurdo che all'interno del Pd ci sia una caccia a Renzi. Ogni occasione, come l'elezione del presidente della Repubblica, sembra utile per buttarlo giù. Fanno sorridere coloro che sono andati in Grecia sotto le retoriche insegne di una improbabile “brigata kalimera” per sostenere Alexis Tsipras. Questi però dovendo passare dalle parole ai fatti e, quindi, governare, ha preferito allearsi con un partito di destra, addirittura xenofobo, più radicale della nostra stessa Lega. Sono le solite illusioni di quella parte di sinistra insoddisfatta sempre alla ricerca di punti di riferimento e a cui piace guardare oltre i confini in attesa di trovare la stella polare.

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Blair, Clinton, Chavez, Zapatero, Hollande, sono state “stelle” prima corteggiate poi accantonate. Ora c'è Tsipras. Vedremo sino a quando. Anche se l'antieuropeismo europeo della Grecia ha una sua motivazione seria. In futuro, non ce l'auguriamo, potrebbe averla l'Italia. Matteo Renzi, anche lui realista come Tsipras, volendo governare a dispetto dei suoi stessi compagni, è andato così con chi pensa gli possa essere utile. C'è Berlusconi sulla piazza? Ben venga il Cavaliere. Sapendo di non avere alternative. Ricorda bene la brutta figura che alcuni dei suoi attuali avversari interni quasi due anni addietro fecero fare al loro segretario Bersani, incaricato di formare il nuovo governo. Lo mandarono allo sbaraglio nelle braccia poco accoglienti di Beppe Grillo. Fu un boomerang. A salvare il Pd da una disfatta ci pensò Napolitano che, rimanendo al Colle, inventò due presidenti del Consiglio, prima Letta poi Renzi. Quest'ultimo, nasce da quel suicidio politico “assistito” di Bersani. Gli “assistenti” furono proprio quelli che oggi vogliono far fuori il premier. I Fassina, che ora lancia accuse velenose («fu Renzi a tradire Prodi nel voto per il Quirinale»), o i Miguel Gotor e altri duri e puri («vogliamo le preferenze») che la sera stessa dei risultati elettorali, imposero al presidente incaricato il diktat «o Grillo o niente». Sapendo che in politica quando si va a trattare il re non può essere lasciato nudo. Altrimenti l'avversario ti sbatte la porta in faccia.

 

Il Pd, tra l'altro, sembra il meno abilitato a parlare di preferenze. Se un partito non riesce a organizzare in modo trasparente le sue scelte interne, vedi la Liguria, con quale coraggio può chiedere le preferenze? Anzi, con la nuova legge, rispetto alla precedente, le liste almeno sono semibloccate. Prima non erano le segreterie dei partiti, vecchio Pci o Pds o Ds compreso, a preparare le liste sotto stretta sorveglianza del capo di turno? Se Berlusconi oggi è diventato indispensabile per le riforme e se Alfano si è riavvicinato al vecchio leader pensando di fare da “cerniera” di una futura maggioranza, lo si deve proprio a loro. «A decidere dovrà essere il popolo» si sostiene, e noi siamo stati sempre per questo sacrosanto principio, però se il cosiddetto “popolo” sceglie poi con una valanga di voti i Fiorito, i Genovese, i Di Stefano, gli Scajola e tanti altri, come la mettiamo? Ecco perché l'elezione del presidente della Repubblica rappresenta per Renzi il suo “carpe diem”.

 

Al di là dell'uomo che salirà al Quirinale, che, come retoricamente si suole dire, dovrà essere di “preclare virtù”, è in gioco una carta importante per Matteo Renzi e per il Paese. Rifiutiamo il gioco delle figurine Panini, anche perché sino adesso Renzi la sua figurina la tiene ben coperta, ma ci auguriamo che possa essere un uomo o una donna che unisca e non divida. L'Italia ne sente la necessità. Il «vaffa» lasciamolo a Beppe Grillo, lui oltre quello non va. Tanto che molti dei suoi lo hanno già mandato a quel paese.

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