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Vittoria, il mercato e le accuse «Qui dentro non ci sono ombre»

Di Mario Barresi

Vittoria. È da poco rimbombata la sirena delle sei e mezzo del mattino quando comincia una serrata contesa su una fila di cassette di peperoni. Michele Grasso, importante acquirente di Acireale, si ostina a non voler offrire più di 80 centesimi; Emanuele Nicosia, concessionario titolare di uno dei box, chiede almeno un euro, ma ci starebbe anche per 90 centesimi visto che in ballo c'è una compravendita di almeno 8mila euro. Il sole, pigro come non mai, sembra volersi far pregare pure prima di piazzarsi alto su contrada Fanello. Un caffè dopo l'altro, fra pedane di pomodori e zucchine, è già in piena attività il variegato popolo del mercato ortofrutticolo. Che, all'inizio dell'ennesimo giorno in cui aleggia il fantasma della mafia, si ribella in coro: «Qui dentro la legalità è rispettata, non abbiamo nulla da nascondere».

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Vittoria, ieri. Dall'alba al tramonto. Una giornata dentro uno dei mercati più importanti d'Europa, il primo del Sud Italia: 400 milioni di fatturato l'anno, per un movimento di 332 milioni di chili di ortofrutta (il 70% sul mercato italiano, il resto con destinazione Europa) in 246mila metri quadri, di cui 18.600 coperti, con un'occupazione diretta di 350 addetti, fra operai e impiegati, soltanto per portare avanti i 68 box aperti su 74 disponibili. Alle cinque del mattino sono entrati già gli operai per scaricare la merce negli spazi dei concessionari, che guadagnano il 10% sulle vendite dei produttori che conferiscono.

LA MAPPA DEL POTERE CRIMINALE NEL MERCATO ORTOFRUTTICOLO RAGUSANO

Ognuno dei concessionari paga un canone al Comune di Vittoria, che gestisce il mercato per conto della Regione, proprietaria dell'area e degli immobili. Circa 500 euro al mese, più rifiuti, luce e spese varie: la gestione di un box medio-piccolo costa fino a 17mila euro l'anno per i più importanti si arriva anche a 30mila. «Ma quest'anno le cose stavano andando bene - confida Filippo Giombarresi, presidente dell'associazione che raggruppa una cinquantina di concessionari - con prezzi più che dignitosi. Finché questa nuova ondata mediatica che porta l'odore di mafia qui dentro, dove non c'è alcuna ombra. Perché siamo i primi a chiedere controlli e a volere la legalità». A proposito di controlli: all'ingresso si entra e si esce liberamente, senza che nessuno venga identificato. Non certo un biglietto da visita rassicurante. «Anche su questo abbiamo chiesto interventi a chi di competenza». Ovvero: “Vittoria Mercati”, la partecipata al 100% dal Comune (un presidente, un direttore, un consigliere e 7 dipendenti) che rappresenta la seconda testa del mostro amministrativo creato da chi ha previsto anche una Direzione comunale mercati (un direttore, un dirigente e 5 dipendenti) con una sottile differenza di competenze che potrebbero essere accorpate risparmiando soldi pubblici e magari ottenendo maggiore dinamismo.

Problemi ereditati dal passato, in attesa di un nuovo regolamento per cambiare quello del 1971. Muri di gomma e problemi. Ma la mafia, qui dentro, tutti giurano che non è di casa. «Ci alziamo all'alba e andiamo a dormire la sera presto, chi fa accuse deve portare le prove», dice il concessionario Gianni Di Stefano. C'è chi, come l'intermediario Giovanni Morreale, è addirittura indignato: «Ogni volta che escono queste notizie i miei figli, sentendo la tv, mi chiedono: “Papà, ma allora che lavoro fai, il mafioso? “. Non ci sto, io sono qui dentro da 17 anni e ho sempre lavorato con persone perbene». Niente mafia, oggi. «Fino a tanti anni fa - ricorda Giuseppe Cassarisi, uno degli intermediari più anziani - c'era qualche presenza losca, ora siamo rimasti quattru babbi». Qualcuno, sottovoce, non mette la mano sul fuoco sull'indotto al di fuori del cancello del mercato: imballaggi, trasporti, servizi aggiuntivi. Ma Dario De Fusco, che arriva da Lecce e qui vive per almeno 9 mesi l'anno, garantisce: «Nessuna pressione per accaparrarsi i clienti. Io cammino con i soldi contanti addosso e scelgo sempre l'offerta più conveniente». Ma davvero nessun problema? «Uno sì: ci sono pochi bagni, tutti lontani... ».

Ben altre perpessità esprimono due concessionari, Giovanni e Luca Balestrieri, padre e figlio: «Le infiltrazioni? Sono quelle dei truffatori, chi acquista la merce e poi non paga». Lavorando con merce deperibile il rischio è altissimo e alla fine le insolvenze pesano sul 30-40% del fatturato. Smentiscono, gli operatori, anche l'idea della mafia dei Tir: «Io scelgo i più professionali e convenienti, nessun obbligo», assicura Grasso sempre impegnato nella trattativa sui peperoni con l'inflessibile Nicosia. Le tariffe? Sui 55 euro a bancale fino a Roma; 90 euro per il Nord. Così come per gli imballaggi, con un tariffario ufficiale approvato. Ma, quando si esce fuori, non sempre quelle regole sono garantite. E allora perché i dossier sulle infiltrazioni nel mercato di contrada Fanello? «Per speculare sui prezzi o magari per inaugurare le campagne elettorali», si lamentano gli operatori.

Il concessionario Giovanni Celeste invita a «guardare all'attività dei magazzini esterni che fanno la stessa attività del mercato ma con meno regole e controlli, così come altri mercati più piccoli della provincia». Anche perché, certifica Giombarresi con una carpetta di richieste protocollate, «noi siamo i primi a chiedere legalità e rigore: se ci sono le infiltrazioni vengano individuate e punite, ma senza criminalizzare un'intera struttura né tantomeno bloccare un'economia sana nonostante la crisi». A proposito di economia sana: la trattativa sui peperoni, all'ora della chiusura delle 12,30 (si riaprirà alle 16 fino alle 18), ancora è in corso. Ottanta centesimi di offerta, un euro di richiesta. Forse, al tramonto, si arriverà ai salomonici 90 di «spartiamo la differenza». Con un sorriso e una stretta di mano. «Ma senza mafia», giurano tutti.

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