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Libia in mano all'Isis, italiani in fuga Il primo gruppo rimpatriato in Sicilia

E si fa strada l'ipotesi di un intervento militare dell'Onu

Di Redazione

ROMA - «Non si tratta di un'evacuazione» dalla Libia, «ma è in corso una delle preannunciate operazioni di alleggerimento dei connazionali presenti nel Paese». Con queste parole la Farnesina ha descrive gli eventi delle ultime ore in Libia, dove l'organizzazione terroristica Isis ha preso il controllo di diverse zone del Paese e dove è stato avviato il rimpatrio degli italiani con la partenza di una prima nave con circa un centinaio connazionali che è arrivata questa mattina in Sicilia nel porto di Augusta, scortata da una nave della Marina Militare ed orvegliata dall'alto da un aereo senza pilota Predator. Tra loro non solo tecnici d'azienda, marittimi, gente che ha lasciato temporaneamente l'Italia per un periodo più o meno lungo, ma anche famiglie che praticamente da sempre vivono a Tripoli, o in altre città, e che non hanno abbandonato il Paese neppure nei momenti più duri della guerra contro Gheddafi. I primi a uscire dal porto di Augusta sono stati funzionari e adetti all'ambasciata italiana a Tripoli (chiusa ieri dal governo italiano dopo il peggioramento della crisi libica), compreso l'ambasciatore Giuseppe Buccino, su auto blindate e scortati, per tutelare anche il trasferimento di documenti riservati. Destinazione per tutti Roma. 

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Salvatore, siracusano, è uno dei primi civili a scendere dalla nave giunta nel porto di Augusta. Arriva da Tripoli, trascina due trolley, ma non vuole lasciare commenti. E annuisce vistosamente, per dire di sì, quando qualcuno gli chiede se gli è stato detto di non parlare. Poi però qualcosa dice: «La situazione a Tripoli è critica...». E sull'Isis: «È già da un pezzo che è a Tripoli, lo ha detto anche la televisione». Poi però si congeda: «Adesso basta, ci sarà chi farà le dovute dichiarazioni».

 

Il quadro della sicurezza in Libia si è infatti profondamente deteriorato. In particolare la Cirenaica, dove imperversano i jihadisti, che hanno istituito il “Califfato di Derna” e che ora puntano progressivamente verso l'ovest del Paese, dopo aver preso anche Sirte, a 400 km dalla capitale Tripoli, dove è già stata segnalata la presenza di diverse bandiere nere dell'Isis, a conferma dell'avanzata dei terroristi nel Paese ormai fuori controllo.  

 

«Il peggioramento della situazione in Libia richiede ora un impegno straordinario e una maggiore assunzione di responsabilità» ha dichiarato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni aggiungendo che «l'Italia promuove questo impegno politico straordinario ed è pronta a fare la sua parte in Libia nel quadro delle decisioni delle Nazioni Unite». Dal canto suo, il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha detto che «l''Italia è pronta a guidare in Libia una coalizione di paesi dell'area, europei e dell'Africa del Nord, per fermare l'avanzata del Califfato che è arrivato a 350 chilometri dalle nostre coste. Se in Afghanistan abbiamo mandato fino a 5mila uomini, in un paese come la Libia che ci riguarda molto più da vicino e in cui il rischio di deterioramento è molto più preoccupante per l'Italia, la nostra missione può essere significativa e impegnativa, anche numericamente».  

 

Nel frattempo crescono le polemiche politiche, con i partiti che chiedono al governo di riferire in Parlamento dopo le ventilate ipotesi di un intervento militare e con il M5s che contesta «l'uso delle armi». Il ministro Gentiloni, che ha ricevuto anche attestati di solidarietà per le minacce dell'Isis che considera l'Italia un Paese nemico, ha annunciato che la linea italiana sarà discussa in Parlamento a partire da giovedì prossimo. Mentre il premier Renzi ha rassicuranto tutti dicendo che «questo non è il momento per programmare un intervento militare in Libia».

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