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La lettera inedita di Falcone «Il mio posto è a Palermo»

Trovata una missiva di quasi 25 anni fa in cui il magistrato ucciso dalla mafia scriveva a un professore prima del suo trasferimento a Roma: «Il mio non è un abbandono»
Di Redazione

PALERMO - «Anche io come lei sono convinto che il mio posto sia a Palermo, ma ci sono momenti in cui occorre fare delle scelte e impiegare tutte le energie possibili per la lotta alla mafia. Mi creda il mio non è un abbandono. Continui a credere nelle giustizia, c'è tanto bisogno di giovani con nobili ideali». Sono parole di Giovanni Falcone, scritte a macchina quasi cinque lustri fa, in risposta alla lettera di un professore di diritto, Vincenzo Musacchio, ricevuta nel dicembre del ‘91. La missiva autografa e inedita, su carta intestata della Procura della Repubblica di Palermo, è stata pubblicata oggi sul quotidiano palermitano L'Ora.   Il magistrato che sarebbe stato ucciso nella strage di Capaci il 23 maggio ‘92, quando scrive quelle righe è da poco direttore dell'Ufficio affari penali del ministero di Grazia e giustizia, guidato da Claudio Martelli. La scelta di lasciare Palermo segue il fallito attentato nella sua villa dell'Addaura, il 21 giugno 1989, quando qualcuno sussurrò che l'esplosivo “se l'era piazzato da solo”. Era il periodo del “Corvo”, delle denunce anonime che arrivavano in quel tribunale ribattezzato il “Palazzo dei veleni”. L'anno prima, quando si era aperta la successione ad Antonino Caponnetto alla guida dell'Ufficio istruzione, Giovanni Meli era stato preferito a Falcone dal Consiglio superiore della magistratura. Sui metodi di indagine erano sorti altri conflitti tra Falcone e il procuratore Piero Giammanco.   Candidato al Csm nel ‘90, nella corrente dei Verdi, il giudice non fu eletto. Ce n'era abbastanza per lasciare Palermo, ma non per fuggire dal capoluogo siciliano, come oggi testimoniano le sue parole: «... ci sono momenti in cui occorre fare delle scelte e impiegare tutte le energie possibili». Ma allora il magistrato divenne bersaglio di critiche ingenerose, centrate soprattutto sulla tesi che volesse appropriarsi della nascente Superprocura per gestire da Roma le grandi indagini di mafia. In un clima di tale tensione, la “bella lettera” di Musacchio, come la definisce Falcone nel suo biglietto al docente, avrà rincuorato il giudice. Il professore, convinto che era necessario restare e combattere a Palermo, ha finito per andare via anche lui, insegnando, fra l'altro, Diritto penale presso l'Alta scuola di formazione della presidenza del consiglio a Roma.   La lettera pubblicata oggi è stata trovata da un giovane cronista, Ismaele La Vardera, nato l'anno dopo la strage di Capaci e autore di “Il silenzio è dolo”, uscito da poco.

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