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La buona scuola e il riposo attivo

Di Giuseppe Di Fazio

Il ministro Poletti, con le sue dichiarazioni sulle troppe vacanze a scuola, sbaglia di grosso l'obiettivo, ma ha il merito di aprire un utile dibattito. L'errore del ministro sta nel pensare che il vuoto educativo, che caratterizza drammaticamente la scuola italiana, possa essere colmato equilibrando meglio il tempo delle lezioni e quello delle vacanze. E magari ritagliando per i giovani un'esperienza di lavoro nel periodo estivo.   Poletti dimentica che nel sistema dell'istruzione italiano c'è una sistematica penalizzazione della formazione professionale, considerata come degradante e di serie B. Un ragazzo appena uscito dalla terza media può iscriversi indifferentemente al liceo, all'istituto tecnico o ai corsi di formazione professionale, che ai fini dell'obbligo scolastico sono equipollenti ma nella sostanza tutt'altro che equivalenti. C'è, infatti, un piccolo particolare: la formazione professionale è così poco presa in considerazione dalle istituzioni che, per esempio nel clamoroso caso siciliano, i suoi corsi invece di cominciare a settembre, prendono il via con 6 mesi di ritardo, il 25 marzo. Questi nostri ragazzi siciliani, che sono ben 5mila solo al primo anno, l'estate la trascorrono a seguire lezioni, non al mare. Ma questo, forse, il ministro non lo sa.   C'è un secondo elemento che merita di essere analizzato. Il problema della scuola non è costituito dai troppi mesi di vacanza, ma dai mesi di lezione. Se questi ultimi, infatti, sono vuoti, se non riescono a comunicare ai ragazzi un gusto per lo studio e per il lavoro, meglio chiuderla la scuola! Insegnare, lo sappiamo, non è un mestiere facile. Non coincide con il comunicare nozioni, tecniche o abilità. L'educatore vero è chi comunica, attraverso ciò che insegna, un gusto del vivere e dell'operare, che mette in moto il desiderio e la ragione dei ragazzi.   Da questo punto di vista è ininfluente il tempo della presenza in aula. Ciò che conta è la “sete” di vita dei docenti e degli studenti. «Se l'arco è continuamente teso – scriveva agli inizi del secondo millennio Bruno di Colonia, fondatore dei Certosini – si allenta e diviene meno atto al suo compito». L'abate Bruno prediligeva un «ozio laborioso» e «un'azione quieta». Così i suoi monaci dissodarono intere regioni. Non preoccupiamoci, perciò, di riempire il tempo dei giovani. Stiamo attenti, piuttosto, a non soffocare la loro “sete di vita”.

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