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Aci Sant'Antonio, la bomba ecologica Sotto la Proter sepolte tonnellate di rifiuti

Vetro, resina e stirene “stoccati” a 15 metri di profondità

Di Salvo Cutuli

Aci Sant'Antonio. Tre chilometri quadrati, superficie pari a dieci campi di calcio, trasformati in un'area di stoccaggio abusivo di scarti industriali, sepolti sotto uno strato di terra e pietre ad una profondità di 15 metri. In 20 anni di incessante attività produttiva, sono state ammassate e nascoste tonnellate di residui di vetro, resina e stirene, collante quest'ultimo classificato come “altamente tossico per l'ambiente e cancerogeno per l'uomo”. Il composto chimico veniva impiegato nella lavorazione della vetroresina modellata in tubi, grandi condotte idriche e cisterne, ma anche in componenti di carrozzeria per auto. L'industria – in liquidazione – di proprietà della catanese Proter, della famiglia Costanzo, è stata abbandonata da oltre due decenni. Il sito inquinato si trova in via Ercole Patti a Lavinaio, nel territorio di Aci San Antonio, in provincia di Catania, in un piccolo bacino industriale ancora attivo.

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L'enorme fossato di sversamento è stato ricavato all'interno della stessa proprietà. La discarica è così ampia che negli anni ha modificato la geografia del posto, inghiottendo via Gabriele D'Annunzio: un'arteria comunale di cui si è persa memoria. Considerate le dimensioni, non si tratta di una comune bomba ecologica, ma dell'atomica dei disastri ambientali se lo stirene, noto anche come feniletilene, altamente tossico e infiammabile, si attivasse nel processo di autocombustione. A rischio le 8mila persone residenti nelle vicinanze della discarica, dove negli anni sono cresciuti gli insediamenti abitativi di Monterosso, Pennisi e Santa Maria La Stella, oltre alla stessa Lavinaio. Da stabilire anche se nel corso degli anni l'ammasso di questo materiale tossico abbia compromesso le falde acquifere.

Carmelo (il nome è di fantasia) era uno degli operai che ha contribuito – suo malgrado – a riempire il fossato: «Non posso dare cifre esatte, perché non ero il solo ad effettuare il carico e scarico del materiale di risulta – ammette – ma ricordo che ogni sorta di rifiuto prodotto nel capannone finiva in quello che noi operai avevamo ribattezzato “il buco”. Non potendo scavare oltre i 10–15 metri di profondità a causa della presenza di pietra lavica, le ruspe sbancavano la morbida terra allargando sempre di più la circonferenza del fossato». Le cifre fornite dal testimone trovano conferma nelle lettere di diffida – rimaste senza risposta – spedite dal sindaco del Comune di Aci San Antonio, Santo Caruso, alla società proprietaria dell'insediamento industriale, sollecitata ad eseguire i lavori di «rimozione dei rifiuti abbancati nel sito di via Ercole Patti e a proprie spese». Tutto inutile. Nessuna risposta neanche dal dipartimento regionale dell'Acqua e dei Rifiuti di Palermo e dal servizio Ambiente ed Ecologia della Provincia di Catania, enti al quale il primo cittadino si è rivolto per chiedere fondi per la bonifica. «Aci San Antonio è un Comune in dissesto finanziario – spiega Caruso –, da soli non potremmo mai sostenere le spese di recupero di un'area così vasta».

Eppure la discarica di contrada Lavinaio è nota da almeno due decenni. L'Arpa, agenzia regionale per la protezione ambientale, tra il 2011 e il 2012, ha effettuato tutta una serie di rilievi evidenziando la pericolosità dell'area. Il rapporto Arpa è stato recapitato al Comune. Da allora tutto tace, sotterrato dalla pachidermica burocrazia isolana.

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