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Strage di migranti, il racconto dei superstiti ”Noi, laggiù chiusi come topi in gabbia”

Tra i ventisette sopravvissuti / UNO SU DIECI NON CE LA FA

Di Mario Barresi

CATANIA. Blu. Come la notte di Catania. Tiepida e senza vento. Vista dal porto, l'Etna stanotte sembra volersi nascondere. Perché questo è un luogo–non luogo. Epicentro mediatico di una strage globalizzata, approdo apolide di una tragedia annunciata. Né catanese, né siciliana, né italiana. «La nostra storia ce l'ha insegnato, emigrare non è reato», i ragazzi della rete antirazzista, sulla banchina da un'intera giornata, urlano la loro gioiosa rabbia. Mentre decine e decine di telecamere da tutto il mondo, aggrovigliate sulle transenne con vista sui miracolati, immortalano l'arrivo della nave “Gregoretti”. Mancano venti minuti a mezzanotte. Ci siamo, sono loro. Sono qui. Azzurro, verde, rosso, arancione. Come gli abiti degli scampati. Salgono i medici per l'ispezione. Fra i migranti, tutti maschi, anche tre bambini e un uomo con sospetta scabbia.

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I 24 adulti andranno al Cara di Mineo, i minori in un centro di Mascalucia. Sono in gran parte provenienti dall'Africa sahariana – eritrei, somali, sudanesi – ma anche dal Bangladesh. Hanno viaggiato un giorno e una notte. I vivi a fianco ai morti; i disperati paganti accanto ai mercati della disperazione: lo scafista tunisino e il suo assistente siriano, individuati dalla polizia salita a bordo e fermati dalla Procura di Catania, come conferma il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, come i responsabili dell'ecatombe del barcone affondato nella notte fra sabato e domenica nel Canale di Sicilia. Dal buco del Mediterraneo a Malta, dove sono arrivati ieri mattina poco prima delle 8.

 

Quasi tutti sono a piedi nudi, altri sono avvolti dalle cerate che l'equipaggio ha messo a disposizione. Una lenta processione, dentro quei sacchi con la scritta “body” e un numero d'identificazione. I morti restano a Malta, i vivi si stringono, l'uno appiccicato all'altro, nell'enormità del ponte della “Gregoretti” come se fossero ancora a bordo di quel barcone maledetto. Fino a Catania. Scendono in fila, in silenzio. Qualcuno, stremato, sulla sedia a rotelle. Con i fari del mondo sparati addosso. Avranno l'eterna, meravigliosa e sporchissima sensazione di essere gli scampati alla più grande strage del mare. Settecento, novecento, o forse quasi mille. Duecento donne, cinquanta bambini, o forse chissà. Qui non è Lampedusa, dove c'era il Ragioniere scuro che contava i cadaveri e li infilava nelle bare schierate. Qui il numero è impreciso, imprecisato, imprecisabile. Uno, nessuno, centomila. Fino alla prossima tragedia, quella ancora più grave, perché l'asticella dell'inferno si alzerà sempre di più. Grigio. Come il ponte del porto di Catania. Luogo globalizzato e non luogo localizzato.

 

I 27 superstiti vengono accolti dal ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, che passeggia sulla banchina assieme al sindaco Enzo Bianco e si sofferma sulle strategie dell'Ue con l'eurodeputato Michela Giuffrida. «La lotta ai trafficanti di morte continua, lo Stato non darà loro tregua», dice Delrio. Anticipando «dieci punti fissati dal Consiglio dei ministri per dare una risposta»; riconoscendo alla Procura catanese «un'azione molto efficace»; ringraziando gli uomini della Guardia costiera, della Marina e della Guardia di Finanza: «L'Italia deve essere orgogliosa di loro».

 

Gli scampati arrivano qui, dove hanno ricoverato il primo superstite, dove c'è un'inchiesta aperta sulla strage e una Dda che, fra mille altre cose, nel 2014 ha fronteggiato l'arrivo di centomila migranti fra Catania, Pozzallo e Augusta, dove però non arrivano i corpi dei morti ripescati. Silvia Dizzia e Simona Scandura, della Croce rossa, tengono stretto in mano uno smartphone col display scheggiato. È a questo numero magico che arrivano le chiamate dei familiari di chi era o poteva essere su quella barca: +39 389 3432063. «Decine di richieste d'informazioni, soprattutto da Eritrea e Tunisia. Daremo risposte presto». Nero. Come il Canale di Sicilia. Una tomba grande quanto un mare. «Sono morti come i topi in trappola», raccontano i superstiti a bordo della “Gregoretti”. Davanti a loro, adagiati sul ponte della nave, gli uomini dello Sco e della squadra mobile di Catania.

 

Che rivedono i fotogrammi – con l'attenzione da investigatori e lo sdegno da uomini – del film horror di quella notte di morte tremula. «Li tenevano laggiù, c'erano quasi tutte le donne e i bambini». Prigionieri che ululano gli ultimi scampoli di vita. «La maggior parte dei migranti che erano a bordo del peschereccio non potevano salvarsi», conferma il procuratore Salvi. «Il peschereccio aveva tre livelli – ha raccontato il giovane sopravvissuto del Bangladesh, 33 anni, piantonato al “Cannizzaro” di Catania – e quello più basso era la stiva, con centinaia di persone che sono state costrette a stare lì dentro. Poi i trafficanti hanno chiuso i boccaporti, per evitare che uscissero durante la navigazione».

 

Il secondo livello era invece quello della piccola cabina che c'è in coperta, all'altezza della murata del barcone. «Anche qui erano stipate centinaia di persone». Infine quelli sul ponte, quelli della prima classe. A chi era lassù il destino ha dato una via d'uscita, ma a loro no. «Gridavano, ci chiedevano di scendere a liberarli – raccontano i sopravvissuti – ma quando la nave cominciava ad affondare ognuno pensava a salvarsi». Ma non tutti quelli che sono riusciti a tuffarsi in mare hanno trovato la salvezza. La nave–tomba come un girone dantesco. Gli spacciati; i condannati; i salvabili. Sopravvissuti e sopravviventi. La vita e la morte si sono avvinghiate per un tempo breve e interminabile. «Ci siamo aggrappati ai morti, abbiamo sentito il rumore dei motori e abbiamo urlato con tutte le forze che ci rimanevano», hanno raccontato gli ultimi due naufraghi salvati. «Erano allo stremo delle forze – aggiungono i protagonisti del salvataggio – e hanno urlato con le loro ultime forze perché hanno sentito il rumore del motore e siamo riusciti ad individuarli e a salvarli. Non avrebbero resistito ancora a lungo».

 

Dopo di loro solo cadaveri, cadaveri, cadaveri. Bianco. Come lo scafo della Guardia costiera che lascia i morti a Malta e porta i vivi a Catania. «La nostra nave – racconta il comandante, Gianluigi Bove – è arrivata nella zona del disastro intorno alle due di notte. Del barcone non c'era più alcuna traccia, tranne alcuni detriti e chiazze di nafta. Siamo riusciti a recuperare due naufraghi, mentre altri 26 erano già a bordo della nave portoghese». Il “King Jacob” era arrivato un paio d'ore prima. Quando dalla nave della Guardia Costiera hanno calato i gommoni non si vedeva a dieci metri di distanza. «C'era gente in mare che gridava – racconta ancora Bove – abbiamo fatto di tutto per salvarli, ma non ce l'abbiamo fatta. E questa tristezza nessuno me la leverà mai».

 

Quattro dei 28 cadaveri trovati finora li ha presi il peschereccio “Antonino Sirrato” di Mazara del Vallo. «È stata una grande delusione – dice il comandante Vincenzo Bonanno – perché non abbiamo potuto salvare nessuno. In acqua c'erano giubbotti di salvataggio, vestiti, detriti d'ogni genere, una grande chiazza di gasolio e... quei morti». Erano usciti per pescare gamberoni, tirano su cadaveri. E una specie di diario di bordo: un quaderno con nomi e cifre accanto che ora la Procura di Catania esaminerà per ricostruire questa ecatombe nel Mediterraneo.

 

twitter: @MarioBarresi

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