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«Bombardare i barconi prima che partano» Italia, Ue e Onu alla guerra contro gli scafisti

Immigrazione, allo studio l'intervento militare nei porti della Libia
Di Redazione

ROMA - L'obiettivo è «affondare i barconi degli scafisti, impedire che partano. Noi da soli non possiamo farlo ed è in corso un negoziato con Onu e Ue per avere, in un quadro di legalità internazionale l'autorizzazione a questo intervento». Il ministro dell'Interno Angelino Alfano, durante il programma Di Martedì su La7, ha chiarito i contorni dell'ipotesi di intervento militare in Libia - annunciato nel pomeriggio da Bruxelles - contro i trafficanti di esseri umani. L'Europa studia quindi come distruggere i barconi degli scafisti con una missione militare “ispirata” all'operazione antipirateria Atalanta. Ma l'ok dei leader dei 28 al vertice straordinario di giovedì - quando la solidarietà europea espressa di fronte alle tragedie nel Mediterraneo sarà messa alla prova dei fatti - non è scontato.   Nonostante una «rinnovata coscienza politica» e distinguo più sfumati, le sensibilità restano infatti diverse. Non a caso più fonti europee appaiono oggi più caute: «Il terreno è ancora mobile. Una missione così non si mette in piedi in due giorni». E ancora: «Si ragiona su un'operazione mista militare-civile, diretta alla distruzione dei barconi, da fare in acque internazionali. Tuttavia le discussioni con gli Stati sono in corso». Oppure: «Per la sua realizzazione serve unanimità al Consiglio europeo e una cornice Onu» ancora da individuare.   L'idea di distruggere i barconi nasce dagli episodi degli ultimi mesi, in cui gli scafisti, al termine dei salvataggi dei migranti della Guardia costiera italiana e delle navi che partecipano all'operazione Triton, non hanno esitato a sparare per recuperare i loro mezzi. «Colpire i barconi - spiegano a Bruxelles - significa sottrarre mezzi importanti per il loro commercio». Ma si punta anche a seguire i flussi finanziari e attaccare il business con indagini di polizia e collaborazione di intelligence.   Tra i dieci punti messi sul tavolo dei ministri Ue dal commissario all'immigrazione Dimitris Avramopoulos (un anticipo della più ampia Agenda per l'immigrazione che sarà presentata il 13 maggio) si evidenzia anche come gli Stati debbano «prendere le impronte digitali di tutti i migranti», in modo tale da renderli tracciabili e poter risalire così al loro Paese di ingresso in Ue. Elemento che se letto alla luce del regolamento di Dublino III, significa avere uno Stato in cui rinviarli in caso di passaggio oltreconfine.   Quanto agli oneri di accoglienza da condividere tra Stati, gli “sherpa” sono al lavoro su diverse opzioni «per mettere in piedi un meccanismo di ricollocamento di emergenza». Ma resta da vedere quanto questo si avvicinerà ad un sistema di redistribuzione dei migranti tra gli Stati sulla base di quote nazionali e quanto invece resterà su base volontaria. Pure il raddoppio delle risorse finanziarie per l'operazione Triton-Poseidon di Frontex è tutto da verificare. Nella versione finale del documento del Consiglio Esteri-Interni già si parla di un più generico “rafforzamento”. Ed è tutto da vedere in che cosa si concretizzerà alla fine questa dichiarazione d'intenti.    Certo finora non si erano raggiunti i numeri agghiaccianti diffusi oggi dall'Oim: 1.750 immigrati morti dall'inizio dell'anno, 30 volte in più rispetto allo stesso periodo del 2014. «Se davvero finalmente alle parole scritte corrisponderanno fatti concreti per l'Europa sarà un primo passo”, ha detto Renzi, “ma la strada da fare è ancora lunga».

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