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Società

Scicli, i 70 anni del villaggio Jungi: quando gli aggrottati di Chiafura furono portati nelle case popolari

E c'era anche chi scambiava le vasche da bagno per una mangiatoia degli animali

Carmelo Riccotti La Rocca

07 Gennaio 2026, 07:05

08:50

Scicli, i 70 del villaggio Jungi: quando gli aggrottati di Chiafura furono portati nelle case popolari

Una foto storica del villaggio Jungi

Il popolare e popoloso quartiere di Jungi a Scicli compie 70 anni. Si tratta di un compleanno speciale, l’occasione per ripercorrere e riscoprire la storia di Scicli che, con l’istituzione del nuovo villaggio, iniziò una nuova epoca segnata da un processo di civilizzazione e sviluppo.

“Se dovessi individuare una data per l’istituzione del villaggio Jungi – dice Paolo Gambuzza, oggi componente dell’associazione Primo Maggio - direi primo novembre 1955, cioè la data in cui mio padre firmò il contratto che di fatto ci diede il possesso dell’alloggio popolare. Ricordo ancora quei momenti, noi abitavamo a Chiafura, io avevo 5 anni, un pomeriggio caricammo il carretto con tutto quello che avevamo a casa. Tutta la nostra casa – sottolinea - entrava all’interno di un carretto.

Ricordo poi l’arrivo in quell’abitazione, la prima notte passata lì e poi ho ancora impresso il momento del risveglio con il sole che entrava all’interno della stanza. Una sensazione mai provata prima”.

Quella mattina Paolo uscì in strada insieme ai genitori e con tutti gli altri fortunati che avevano ricevuto un alloggio. Era ufficialmente iniziata per loro una nuova vita, c’era da costruire Jungi.

“Nessuno di noi era abituato a vivere in una casa vera – continua Paolo -, allora ricordo i primi commenti, qualcuno che aveva avuto un appartamento al primo o secondo piano, quando è entrato in bagno e ha visto per la prima volta una vasca da bagno, esclamò: che senso ha fare una mangiatoia qui, come facciamo a portare il mulo fino a qua su? Passare da vivere nelle grotte a stare in una zona residenziale significava cambiare il proprio stile di vita e non tutti all’inizio riuscirono ad adattarsi. In questo senso fondamentale fu la figura di Michela Brisindi, un’assistente sociale arrivata da fuori e in poco tempo divenuta un simbolo per un intero quartiere. Fu lei la promotrice delle prime squadre di calcio, la “madrina” di tanti giovani, oggi con i capelli bianchi, che ricordano la donna (ancora in vita) con immutato affetto.

“Creava condizioni di armonia tra noi ragazzi- dice Luigi Fidone-, ma ci dava anche sostegno concreto: ideò ad esempio il “concorso dei bimbi belli”, un’iniziativa che permetteva ai bambini meritevoli a scuola di beneficiare dell’aiuto economico da parte di alcune famiglie benestanti per portare avanti gli studi. Michela abitava al piano terra delle case popolari, una parte l’adibì ad asilo, un luogo dover poter intrattenere ed educare i bambini, fare iniziative sociali e culturali.

Fondamentale, poi, fu l’arrivo, il 20 novembre del 1960, di padre Concetto Dipietro. “Gli abitanti del Villaggio- ha scritto il sacerdote in una sua pubblicazione- erano considerati dal resto degli sciclitani uno scarto sociale, inferiori, spesso chiamati in modo dispregiativo mao-mao per indicare una popolazione arretrata e da emarginare”.

La prima impresa di Concetto Dipietro fu quella di lavorare alla costruzione della nuova Chiesa con i lavori iniziati a metà degli anni sessanta. Il suo rammarico più grande fu quello di non riuscire ad inserire una parte di terreno annesso per fare il sagrato.

Per Dipietro, poi, fondamentale era lo sport come strumento di aggregazione, così, affiliandosi al CSI (Centro Sportivo Italiano) creò i primi tornei di calcio e basket.

Padre Dipietro è morto il 4 settembre del 2025.

“Per noi – dicono alcuni residenti- fu un punto di riferimento, possiamo dire certamente che ci ha salvati perché in quel periodo perdersi non era difficile. Per Jungi il sacerdote è stato un faro e oggi più di ieri capiamo il valore di quella presenza che, insieme a quella di Michela Brisindi, ci ha resi quel che siamo adesso”.