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Zanzare in cerca d’uomo: quando la foresta si svuota, il nostro sangue diventa l’opzione più facile

Nella Foresta Atlantica brasiliana, la perdita di biodiversità e la frammentazione spingono diverse specie di zanzare a puntare su di noi. Un nuovo studio, basato sull’analisi del DNA dei pasti di sangue, riapre il dibattito su come il degrado degli ecosistemi rimodelli il rischio sanitario umano e suggerisce come intervenire

Redazione La Sicilia

16 Gennaio 2026, 00:14

Zanzare in cerca d’uomo: quando la foresta si svuota, il nostro sangue diventa l’opzione più facile

Le trappole luminose si riempiono di insetti, ma la fauna attorno è silenziosa: meno uccelli, pochi anfibi, mammiferi quasi assenti. In laboratorio, il sangue nell’addome di alcune zanzare racconta una storia sorprendente: tra le fonti identificate, la maggioranza è umana. Non è un dettaglio da entomologi. È il segno di una trasformazione profonda: quando la biodiversità cede, le zanzare cambiano dieta e la nostra pelle diventa il bersaglio più a portata.

Il nuovo studio: come si è ricostruito “chi ha punto chi”

Una squadra di ricercatori del Oswaldo Cruz Institute – Fiocruz e della Federal University of Rio de Janeiro ha catturato zanzare in due aree protette ma pesantemente frammentate – la Guapiaçu River Ecological Reserve e il Sítio Recanto Preservar – per analizzare le fonti di sangue dei pasti più recenti. Il metodo è preciso: dal sangue ingerito si estrae DNA e si sequenzia un gene “codice a barre” (cytochrome b), confrontandolo poi con i database di riferimento per risalire all’ospite. Su un totale di circa 1.714 zanzare catturate (52 specie), solo 145 femmine erano visibilmente sazie; tra queste, in 24 casi è stato possibile identificare la fonte: ben 18 erano esseri umani. Il resto includeva un anfibio, sei uccelli, un canide e un topo. Talvolta il pasto era “misto”: tracce di sangue, per esempio, di anfibio e umano nella stessa zanzara. A parlare sono gli autori, tra cui Jeronimo Alencar e Sérgio Machado, ma soprattutto i numeri.

Al netto dei limiti statistici – solo una frazione delle zanzare catturate era in grado di “rivelare” la propria dieta e le miscele di sangue sono notoriamente complesse da identificare – il quadro è chiaro: in frammenti di foresta poveri di fauna, le zanzare si orientano più spesso verso l’ospite umano. Un risultato coerente con l’idea che la disponibilità e la vicinanza degli ospiti – non solo le preferenze innate – guidino le scelte alimentari dei culicidi.

Biodiversità in ritirata: perché la foresta che scompare cambia il comportamento delle zanzare

La Foresta Atlantica si estende lungo la costa brasiliana ed è tra gli ecosistemi più ricchi di specie al mondo. Oggi però ne rimarrebbe “integro” circa un terzo dell’estensione originaria, il resto convertito o frantumato in un mosaico di lembi isolati per via di deforestazione, urbanizzazione e infrastrutture. In questo paesaggio, la rete delle interazioni ecologiche si sfilaccia: gli ospiti naturali delle zanzare – uccelli, anfibi, piccoli mammiferi – diminuiscono o si allontanano, mentre la presenza umana si intensifica ai margini del bosco. Per un insetto ematofago opportunista, la matematica è semplice: meno alternative selvatiche, più probabilità di “scegliere” l’uomo.

C’è un risvolto concreto: diverse specie rilevate nella Foresta Atlantica sono potenziali vettori di virus pericolosi – dalla dengue alla febbre gialla, da Zika a chikungunya e Mayaro. Se aumenta la quota di pasti di sangue umano in ambienti a rischio, crescono le condizioni favorevoli alla trasmissione. Il passaggio dalla foresta alle case, dagli uccelli a noi, non è teorico: è un gradiente ecologico sempre più breve, una frammentazione che accorcia le distanze tra vettori, ospiti e nuovi serbatoi.

Oltre il caso brasiliano: quando il paesaggio guida la fame delle zanzare

La relazione tra uso del suolo, frammentazione dell’habitat e comportamento di ricerca dell’ospite è stata osservata anche altrove. In Costa d'Avorio, per esempio, la conversione della foresta in agroecosistemi ha moltiplicato l’abbondanza e l’aggressività di alcune specie del genere Aedes, con tassi di puntura umana nettamente superiori nelle aree agricole rispetto alla foresta primaria. Un segnale: cambiare il paesaggio significa rimescolare la comunità di zanzare e – spesso – favorire le specie più antropofile.

Non è solo questione di “dove” c’è la foresta, ma anche di “come” è disegnata: gli edge effects contano. Studi su assemblaggi di culicidi mostrano che diverse specie restano fedeli a nicchie molto strette e che i margini tra habitat funzionano come filtri che ridistribuiscono abbondanze e contatti con noi. Se i margini aumentano e i frammenti si moltiplicano, l’incontro zanzara–umano diventa statisticamente più probabile.

L’epidemiologia che cambia: dal numero dei casi alla qualità del rischio

Il 2024 è stato un anno spartiacque per la dengue nelle Americhe. Secondo la WHO, la regione ha superato ogni record, con l’oltre 90% dei casi globali concentrato qui. Il Brasile è stato l’epicentro, con milioni di infezioni e migliaia di decessi registrati o stimati, tanto che città come Rio de Janeiro hanno dichiarato emergenze sanitarie in concomitanza con grandi eventi pubblici. Questi numeri non provano da soli un nesso causale con la perdita di biodiversità, ma sottolineano quanto la dimensione del rischio sia ormai sistemica: clima, urbanizzazione e degrado degli ecosistemi agiscono insieme, e il comportamento delle zanzare si adegua rapidamente.

Nel dibattito scientifico, l’“effetto diluizione” – l’idea che una maggiore diversità di ospiti riduca la trasmissione di patogeni – ha ricevuto sostegni solidi in alcune meta‑analisi, ma anche critiche e risultati contrastanti in altre. È prudente quindi evitare slogan: in certi sistemi ecologici la diversità “diluisce” il rischio, in altri la composizione specifica degli ospiti conta più del numero di specie. Tuttavia, che cosa succede quando la foresta perde pezzi lo vediamo: il mix di ospiti cambia, le zanzare reinventano la dieta e il confine con la salute pubblica arretra.

Il nodo “biodiversità e malattie”

È utile chiarirlo: dire che la perdita di biodiversità “aumenti la sete di sangue umano” delle zanzare è una scorciatoia giornalistica che rischia di semplificare troppo un sistema complesso. La scienza offre due messaggi complementari: la letteratura documenta casi robusti in cui più diversità significa meno parassiti o minor prevalenza di agenti patogeni nei vettori (la classica narrativa dell’effetto diluizione). Ma l’effetto non è universale: in alcuni sistemi contano di più l’identità e le abbondanze relative degli ospiti chiave. Tradotto: non tutte le specie “valgono” allo stesso modo nel diminuire (o aumentare) il rischio.

In un ambiente come la Foresta Atlantica, devastato e segmentato, la traiettoria è credibile: meno fauna, più margini, più contatto. Il nuovo studio non pretende di chiudere il dibattito, ma aggiunge un tassello empirico importante e, soprattutto, operativo: ci dice che in certi frammenti le zanzare puntano preferenzialmente a noi. In politiche pubbliche, questo è già un dato azionabile.