la svolta
Ospedali, medici fino a 72 anni: la proroga che il governo prepara nel Milleproroghe
Un emendamento in arrivo per estendere al 2026 la possibilità su base volontaria di restare in corsia fino a 72 anni. Nel mirino carenze di organico e liste d’attesa, con il rientro dei pensionati e paletti su incarichi apicali.
Il governo ha inserito una proroga destinata a far discutere: tenere in corsia i medici ospedalieri, su richiesta e in modo volontario, fino a 72 anni anche nel 2026, e consentire il rientro in servizio di chi è già in pensione. Una misura-ponte, certo, ma che tocca il cuore della crisi del Servizio sanitario nazionale: organici in sofferenza e liste d’attesa che il Paese fatica a smaltire.
Che cosa prevede l’emendamento annunciato
Secondo quanto riferito da fonti della maggioranza e anticipato dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, la proroga sarà inserita come emendamento al nuovo decreto Milleproroghe oggi all’esame del Parlamento. In concreto, si intende ripristinare per tutto il 2026 la facoltà per le aziende del Ssn di trattenere in servizio — su istanza dell’interessato e senza obbligo — i dirigenti medici e sanitari fino al compimento dei 72 anni. La stessa finestra dovrebbe consentire il rientro, sempre volontario, di professionisti già in quiescenza per rafforzare i turni ospedalieri e contribuire al recupero delle prestazioni arretrate. La spinta arriva dall’intera maggioranza; l’assenza della norma nel testo iniziale del decreto ha creato un vuoto che il Parlamento si appresta a colmare in commissione.
Da dove arriviamo: la misura del 2024 e i paletti già fissati
Non è la prima volta che si interviene sul limite d’età. Con il Milleproroghe 2024, un emendamento (a firma Fratelli d’Italia) aveva già esteso la permanenza in corsia fino a 72 anni fino al 31 dicembre 2025. Quel pacchetto definiva anche alcuni paletti importanti: riammissione in servizio — entro i limiti anagrafici — dei medici andati in pensione dal settembre 2023, e soprattutto divieto di mantenere o assumere incarichi dirigenziali apicali per evitare “tappi” nelle carriere. È plausibile che questi vincoli restino la base anche per la nuova proroga.
Numeri, vuoti e turni scoperti
La fotografia degli organici non lascia margini all’ottimismo. La Simeu (Società italiana di Medicina d’emergenza-urgenza) stimava a metà 2025 una carenza nei Pronto soccorso di circa 3.500 medici, con scoperture medie del 38% e punte oltre il 55% nelle strutture più periferiche. Nel campione analizzato (oltre 7 milioni di accessi), il fabbisogno non coperto resta significativo anche ricorrendo a soluzioni “tamponi” (cooperative, prestazioni aggiuntive, gettonisti, specializzandi). In parallelo, proiezioni e studi dei sindacati di categoria indicano migliaia di uscite per pensionamenti entro il prossimo biennio, con specialità come emergenza-urgenza, anestesia-rianimazione, pediatria, radiologia strutturalmente più fragili. In questo contesto, ogni medico esperto che resta o rientra può fare la differenza nella tenuta dei reparti.
Il tassello “liste d’attesa”: tra piattaforma nazionale e poteri sostitutivi
La proroga si inserisce dentro un disegno più ampio. Il decreto sulle liste d’attesa è stato convertito in legge nell’estate 2024: tra le misure, un sistema di monitoraggio nazionale, poteri sostitutivi in caso di inadempienza regionale, detassazione delle prestazioni aggiuntive e l’abolizione dal 2025 del tetto di spesa per le assunzioni. Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha poi annunciato nel maggio 2025 l’avvio della piattaforma di monitoraggio con Agenas e Regioni, per rendere visibili tempi e criticità. Ma senza personale sufficiente, anche gli strumenti digitali e le regole rischiano di non bastare. La proroga per i 72 anni viene letta così come un “ponte” per non lasciare sguarniti reparti e agende, in attesa che concorsi e nuove assunzioni producano effetti tangibili.
Cosa cambia nel 2026: rientri dei pensionati e continuità dei servizi
Il punto politicamente più sensibile è l’eventuale rientro dei pensionati. L’idea — emersa nelle ultime ore — è permettere a chi ha già lasciato il servizio, e non ha superato i 72 anni, di tornare in corsia con forme contrattuali definite dalle aziende, per rinforzare i turni nei reparti più in tensione e supportare il recupero delle prestazioni rimandate. È una novità rispetto all’assetto attuale che, se confermata dal testo finale, amplierebbe la platea disponibile. Critici alcuni sindacati, secondo cui misure temporanee non devono diventare strutturali e rischiano di ritardare il ricambio generazionale.
Il nodo delle carriere e dei concorsi
La questione non è solo anagrafica. In molte aziende, gli scivoli verso ruoli di responsabilità sono fermi, i concorsi procedono a rilento e i bandi spesso vanno deserti. La clausola che impedisce a chi resta oltre i 70 anni di occupare incarichi apicali ha una finalità precisa: proteggere gli spazi di avanzamento. Ma da sola non basta. Servono procedure concorsuali veloci, incentivi alla mobilità verso aree disagiate, misure per rendere attrattivi reparti estremamente usuranti come i Pronto soccorso. E serve accelerare l’inserimento degli specializzandi, già oggi “cerniera” del sistema, assicurando però tutoraggio e sicurezza clinica. La proroga è un correttivo; la riforma delle carriere resta la partita strutturale.
Oltre gli ospedali: i medici di famiglia fino a 71 anni
Il problema della carenza non riguarda solo gli ospedali. Nel 2025 è stata prevista, con altro provvedimento, la possibilità per i medici di medicina generale di restare in attività fino a 71 anni (su base volontaria) fino al 31 dicembre 2026, per coprire i vuoti nelle cure primarie. È un tassello complementare: senza una rete territoriale stabile, le emergenze si riversano in ospedale e le liste d’attesa si allungano. Coordinare gli interventi, ospedale e territorio, è quindi cruciale.
Il Milleproroghe come “cerniera” del sistema
Il Milleproroghe è, per sua natura, un contenitore eterogeneo. Ma nel capitolo sanità ha assunto negli ultimi anni un ruolo di cerniera: allunga scadenze, mette in sicurezza misure ponte, corregge errori materiali dei testi originari. Nel caso in esame, la mancata inclusione della proroga nel testo approvato a fine 2025 ha creato un vulnus: dal 1° gennaio 2026 la possibilità si è interrotta, con il rischio di scoprire turni già oggi tirati al limite. Da qui la scelta dell’emendamento in corso d’esame in commissione alla Camera. Tempistiche e formulazione precisa del testo finale diranno quanto ampia sarà la platea coinvolta e con quali modalità contrattuali.