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Metal detector a scuola? Valditara frena: «Solo dove c’è un problema vero». Che cosa cambierebbe davvero

Il dibattito sulla sicurezza dopo il caso della Spezia: quando i varchi hanno senso. Dati, norme e confronti per capirci qualcosa in più

Redazione La Sicilia

18 Gennaio 2026, 16:44

16:45

Metal detector a scuola? Valditara frena: “Solo dove c’è un problema vero”. Che cosa cambierebbe davvero

Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara mette un paletto: il metal detector non è la scorciatoia, non è la norma. È, al limite, uno strumento da valutare “solo dove c’è una reale criticità”, se richiesto dalla comunità scolastica e accertato un problema di sicurezza, per esempio “prove di diffusione del porto di coltelli o di altre armi improprie”. Parole nette, pronunciate il 18 gennaio 2026 alla Spezia.

Il punto di partenza: fine delle scorciatoie, inizio della responsabilità condivisa

In concreto, la posizione del ministro non apre a un uso generalizzato dei varchi, ma a un possibile ricorso mirato: una scelta che deve nascere dalla scuola e passare dal filtro delle istituzioni territoriali. L’orientamento si è consolidato nelle ore successive all’accoltellamento della Spezia: prima l’ipotesi di consentire ai presidi, d’intesa coi prefetti, l’installazione nei contesti “più a rischio”, poi la precisazione che l’utilizzo non può essere “generalizzato” e va subordinato a riscontri oggettivi.

Che cosa è successo alla Spezia e perché pesa sul dibattito

L’aggressione è avvenuta il 16 gennaio 2026 in un istituto professionale cittadino: la vittima, 18 anni, è stata operata d’urgenza per lesioni alla milza; l’autore, poco più grande, è stato fermato. È uno dei casi più gravi finiti sulle cronache recenti, ed è entrato nel calendario emotivo delle scuole, accelerando una discussione che covava da mesi.

Una scelta da attivare solo a fronte di “criticità reali”

La chiave di lettura data da Valditara è chiara: il metal detector è un’opzione da considerare “se e solo se” emergono elementi concreti — “prove di diffusione del porto di coltelli o di altre armi improprie” — e se la scuola lo chiede, con il supporto delle autorità competenti. È un approccio selettivo, che risponde a esigenze circoscritte e non a un’ansia indistinta.

Chi decide davvero

La scuola (dirigente, organi collegiali) può manifestare l’esigenza. Il prefetto valuta e coordina con le forze dell’ordine, soprattutto se i controlli incidono su spazi pubblici o richiedono risorse esterne. Il via libera, dunque, è il risultato di una “coprogettazione” territoriale. È lo schema già sperimentato, ad esempio, a Napoli, dove i controlli a campione con metal detector in prossimità degli istituti sono stati pianificati in sede di Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica.

Precedenti e casi-limite in Italia

Nelle periferie di Napoli, alcune scuole hanno segnalato ripetuti sequestri di coltelli: la dirigente del “Marie Curie” a Ponticelli ha più volte chiesto l’installazione di varchi, ottenendo in compenso controlli rafforzati delle forze dell’ordine con metal detector e unità cinofile all’esterno degli istituti. È un modello “a basso impatto” dentro l’edificio, ma con una vigilanza visibile ai cancelli.

Il porto di coltelli è già reato

Nel nostro ordinamento i coltelli rientrano tra le armi improprie: si possono acquistare e detenere, ma il loro porto fuori dall’abitazione senza un giustificato motivo è vietato dall’art. 4 della legge 110/1975 e punito. La giurisprudenza ricorda che il “giustificato motivo” va verificato nell’immediatezza e non a posteriori. In contesti come le scuole, il margine di giustificazione pressoché si annulla.

Il “pacchetto sicurezza” allo studio del Governo

Dopo i fatti della Spezia, il Viminale ha accelerato su un nuovo pacchetto sicurezza con norme “anti-coltello” (divieti più stringenti, aggravanti e “zone rosse” a vigilanza rafforzata). La discussione è in corso e l’approdo in Consiglio dei ministri è atteso entro gennaio. È una cornice rilevante perché potrebbe irrigidire ulteriormente il quadro sanzionatorio per chi porta lame vicino a scuole e giardini pubblici.

Nel giorno delle dichiarazioni del ministro, dai presidi è arrivato un messaggio d’equilibrio: va bene valutare i metal detector e persino le telecamere nelle aree a rischio, ma nulla sostituisce la prevenzione educativa: attività pomeridiane, spazi per musica, teatro, cinema, ascolto e orientamento. Un richiamo a non ridurre la sicurezza a un cancello che suona.

New York: tanti sequestri, efficacia controversa

Nei grandi distretti metropolitani statunitensi l’uso di scanner è una prassi consolidata, ma non indolore. A New York esistono varchi fissi in decine di campus e controlli mobili a sorpresa. I numeri mostrano migliaia di sequestri di oggetti pericolosi ogni anno, ma non chiudono il dibattito sulla reale capacità dei varchi di ridurre la violenza: si segnalano code, apparecchiature invecchiate, personale insufficiente e periodi di stop forzato per guasti che hanno bloccato l’intero programma di “pop-up scanning”.

Nel 2025 la città ha persino appaltato d’urgenza nuovi scanner per rimpiazzare macchine fuori uso, mentre altri test su sensori “intelligenti” hanno mostrato limiti tecnici e falsi allarmi. Questo spiega perché a New York si punta anche su altre leve: dall’integrazione diretta tra scuole e 911 per attivare risposte in meno di 10 secondi in caso di minaccia armata, alla formazione di School Safety Agents che presidiano quotidianamente gli accessi.

Gli scanner “intelligenti”: promesse e inciampi

Sistemi di nuova generazione, promossi come “meno intrusivi” e più veloci, sono stati sperimentati anche in contesti urbani complessi come la metropolitana di New York, con risultati poco incoraggianti: zero armi da fuoco intercettate in un mese di test e decine di falsi positivi, oltre a indagini e richieste di documenti a carico del fornitore da parte della magistratura federale. Questo non chiude la porta all’innovazione, ma impone prudenza nelle scelte tecnologiche.