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Attualità

Il caso della Micciché-Lipparini a Scicli, prende posizione l'Ordine degli architetti di Ragusa

"Ogni architettura deve essere figlia del suo tempo"

21 Gennaio 2026, 13:02

Il caso della Micciché-Lipparini a Scicli, prende posizione l'Ordine degli architetti di Ragusa

La discontinuità di stili architettonici nel cuore di Scicli

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L’Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della provincia di Ragusa ribadisce la propria missione di promozione culturale e di sensibilizzazione della società civile, affinché cresca la consapevolezza del valore dell’architettura e questa diventi fondamento di una corretta gestione e tutela del patrimonio architettonico e paesaggistico.

“Con questa premessa si vuole oggi intervenire – scrivono dall’Ordine – analizzando quegli interventi, spesso oggetto di concorso, che si sono distinti per complessità di realizzazione all’interno dei centri storici. L’Ordine degli architetti e la sua Fondazione, quindi, mantengono una posizione chiara che rimarca l’idea che ogni architettura debba essere ‘figlia del suo tempo’, autentica e originale, dove niente dovrebbe essere ricostruito con uno stile che non ci appartiene più. Di contro, ben vengano interventi che rievocano ciò che è stato, attraverso una chiave di lettura contemporanea ben chiara e definita nei suoi elementi formali”.

Nel merito, l’Ordine richiama l’attenzione sul caso della scuola Lipparini-Miccichè di Scicli, oggetto di una recente procedura di gara per l’acquisizione di progetti di adeguamento sismico, energetico, impiantistico, antincendio e per l’abbattimento delle barriere architettoniche, oltre che per la ricostruzione dell’antica facciata del Collegio dei Gesuiti, edificato nel Seicento e demolito per esplicita scelta dell’amministrazione comunale dell’epoca, per far posto all’attuale complesso realizzato negli anni Sessanta.

“È noto che la fabbrica del collegio, e la sua facciata in particolare, sia rimasta nel cuore dei cittadini del Comune di Scicli che hanno vissuto quella demolizione come una ferita nel tessuto urbano ma, soprattutto, come una ferita nella memoria. Un occhio esterno vede in quella demolizione anche uno specchio di quello che era la società di quel tempo, una società che stava cambiando, che stava investendo nel proprio futuro, che stava abbandonando le vecchie grotte di Chiafura per andare a vivere nelle case, che stava investendo nell’istruzione dei propri figli. La costruzione di una scuola più moderna e funzionale rispecchiava tutto questo. Non a caso, l’arch. Cilia, progettò un’architettura che rispecchiava non solo lo stile architettonico dell’epoca, ma anche il suo sentimento profondo”.

“La scuola Lipparini-Miccichè, che piaccia o no – è spiegato ancora – è entrata a far parte del patrimonio architettonico, non solo della città di Scicli, ma di una comunità più ampia che va oltre i confini comunali. La stessa cosa accadde per altri edifici della provincia, basti pensare al Palazzo Ina di Ragusa, anch’esso oggetto di svariati concorsi e proposte di restyling finalizzate al suo inserimento materico nel contesto architettonico di piazza San Giovanni.”

“Con questo non si vuole affermare che non si possa valutare una operazione di sostituzione edilizia o di altro tipo di intervento volto a migliorare le prestazioni della scuola di questi edifici. Qualsiasi nuovo intervento può essere valutato, ma questo va fatto con consapevolezza, quella consapevolezza che a volte manca sull’intervento di ricostruzione dell’antica facciata del collegio, richiesta che ricalca un’idea romantica del passato senza basi culturali o architettoniche”.

Sul tema del “com’era, dov’era”, l’Ordine richiama il dibattito sviluppatosi nei secoli e i numerosi casi italiani di “falsi storici”, ricordando i principi fissati dalla letteratura moderna sul restauro. Viene citato Cesare Brandi, storico dell’architettura del primo Novecento: “Il restauro deve mirare al ristabilimento della unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico, e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo. L’opera deve essere pensata come un intero e non come un totale, perché essa è unica e non un insieme di parti. Ove l’opera risulti quindi materialmente divisa o incompleta, si dovrà cercare di sviluppare la potenziale unità originaria tramite un’integrazione facilmente riconoscibile, al fine di non creare un falso – ora estetico, ora storico”.

E, ancora, l’architetto Camillo Boito, teorico dell’architettura, che delineò otto criteri operativi, tra cui: 1) differenza di stile fra il nuovo e il vecchio; 2) differenza dei materiali impiegati nel restauro; 3) soppressione di sagome e di ornati.

“Per quanto esposto, ci si augura che questa riflessione diventi dibattito e presupposto per evitare che certe esperienze siano ripetute in altri contesti”.