15 febbraio 2026 - Aggiornato alle 17:58
×

“Ti chiama il +45”: dentro la nuova ondata di telefonate truffa. Cosa c’è davvero dietro, come riconoscerle, come difendersi

Squilli che durano meno di un respiro, silenzi al momento della risposta, numeri che sembrano danesi ma non lo sono: una ricostruzione completa sul fenomeno del prefisso +45, tra spoofing, VoIP e “wangiri”, con le contromisure più efficaci e gli ultimi numeri ufficiali

24 Gennaio 2026, 23:56

“Ti chiama il +45”: dentro la nuova ondata di telefonate truffa. Cosa c’è davvero dietro, come riconoscerle, come difendersi

Seguici su

Sul display appare un numero sconosciuto con prefisso +45. Uno squillo appena accennato, poi il nulla. Trenta secondi dopo, un altro tentativo. Alla risposta, silenzio. Il tempo di dire “pronto?” e la linea cade. È successo a migliaia di italiani nelle ultime settimane: chiamate-lampo con prefisso danese, che non lasciano traccia se non un dubbio insistente. Richiamare o ignorare? È esattamente quel dubbio l’esca preferita dai truffatori. E chi sta dietro non ha quasi mai nulla a che fare con la Danimarca: il prefisso è la maschera, lo schema è globale, la regia passa da servizi VoIP capaci di manipolare l’identità del chiamante, il cosiddetto CLI.

Cosa sta accadendo: perché proprio il +45

Negli ultimi giorni sono state raccolte segnalazioni su chiamate dal +45: squilli singoli, cadute immediate, conversazioni che si interrompono dopo pochi secondi. È la versione più recente di un copione già visto con altri prefissi europei (+44, +46, +31) e extra UE. Il punto chiave è che il prefisso +45 non garantisce l’origine danese della chiamata: con piattaforme VoIP e tecniche di spoofing è possibile far apparire qualunque numero sul display, a prescindere dal luogo da cui parte la chiamata. L’obiettivo è uno: farvi rispondere o, meglio ancora, farvi richiamare.

Dietro questi contatti lampo si intrecciano due grandi famiglie di raggiri: la truffa dello “squillo unico” (nota come wangiri), che punta a indurre alla richiamata verso numeri a tariffe gonfiate; il vishing (phishing telefonico), con finti operatori di banche, forze dell’ordine o enti pubblici che provano a carpire dati sensibili.

L’effetto collaterale del “filtro anti-spoofing” in Italia

Da agosto 2025 l’Agcom ha imposto ai carrier internazionali e agli operatori italiani un filtro anti-spoofing per bloccare le chiamate in ingresso dall’estero che usano numerazioni italiane falsificate. I risultati sono stati immediati: tra luglio e agosto (con applicazioni anticipate da alcuni operatori) la quota di chiamate bloccate ha toccato il 5,74% del traffico, e nel solo periodo iniziale si è arrivati a 43 milioni di chiamate filtrate, circa 1,3 milioni al giorno. Dal 19 novembre 2025 il filtro è stato esteso anche alle numerazioni mobili italiane; nei primi 11 giorni di piena operatività sono state bloccate 49,3 milioni di chiamate illecite da mobile, oltre 4 milioni al giorno.

Ma quando si chiude una porta, si apre un varco: molti call center e gruppi criminali hanno smesso di “spacciarsi” per numeri italiani e hanno cominciato a utilizzare apertamente prefissi esteri reali. Risultato: più chiamate che sembrano estere, come quelle con +45, e che sfruttano lo shock del diverso per ottenere attenzione. Un paradosso già notato dai grandi quotidiani tecnologici italiani nelle settimane successive all’entrata in vigore dei filtri.

“Sembra Danimarca, ma non lo è”: come funziona lo spoofing

Lo spoofing manipola il Caller Line Identification (CLI), l’informazione che mostra il numero di chi chiama. Con software dedicati e linee VoIP a basso costo, gli autori generano numerazioni a rotazione o si “appoggiano” a centralini all’estero, mostrano prefissi credibili e testano l’interesse con dialer automatici che fanno suonare per pochi istanti migliaia di numeri. Se voi richiamate, confermate di essere “un bersaglio vivo” e venite inseriti in liste vendute ad altri call center o instradati verso numerazioni a pagamento. È un modello scalabile, economico, difficile da smontare se non sul piano tecnico ai “confini” della rete.

Wangiri: uno squillo, tanti danni

Il termine wangiri viene dal giapponese: “uno squillo e giù”. Lo schema classico prevede una chiamata persa da un prefisso straniero, senza messaggi, spesso in orari strategici (tardi la sera o nelle ore di lavoro). Chi richiama può essere instradato, in pochi secondi, su servizi a tariffazione speciale: gli addebiti possono correre molto rapidamente. Se non si richiama, la trappola semplicemente non scatta. Autorità hanno segnalato negli anni vari prefissi ricorrenti; oggi la novità è l’apparente “normalità” di prefissi europei come +45 (Danimarca), che abbassano le difese dell’utente.

Vishing e finti “ufficiali”: quando la truffa parla la nostra lingua

Non sempre lo scopo è farvi pagare la richiamata. Spesso chiamano e parlano: si presentano come banca, Polizia, assicurazione, Agenzia delle Entrate, spedizioni. Chiedono di “verificare l’identità”, domandano codici OTP, numeri di carta, informazioni personali. In Danimarca le forze di polizia hanno da tempo messo in guardia contro i falsi agenti al telefono; in Italia, casi analoghi si ripetono con la Polizia Postale usata come paravento. La regola è una: un’autorità vera non chiede dati sensibili per telefono, non vi invita a fare bonifici “di sicurezza”, non vi manda link da cliccare via SMS. In caso di dubbio, riagganciate e richiamate il numero ufficiale trovato in autonomia.