La storia
Giorgio Battaglia, il teologo mancato e medico in prima linea: «Vi dico come si fa a "produrre" salute»
La visione del direttore del Centro Regionale dei Trapianti in Sicilia: «Il Pnrr avrà effetti benefici a lungo termine»
Nel suo mondo, quello della medicina, Giovanni Giorgio Battaglia, direttore del Centro Regionale dei Trapianti in Sicilia, è anche noto per le sue due passioni la teologia, e la politica. Della prima ama molto di più parlarne perché nel terreno della seconda, della politica intendiamo, è facile impantanarsi e non soltanto con i fatti ma anche e, soprattutto, con le parole.
Medico affermato e teologo mancato: che ne pensa?
«Medico appassionato, di quelli che non si fanno cercare dai propri pazienti, ma che li va a cercare, uno per uno».
Si direbbe anche, che è un po’ il fare del teologo, quello “pastorale” diremmo?
«No, è diverso. La “mia” teologia, che da giovane ho studiato e amato, è quella della “liberazione”. Quella venuta fuori da Gustavo Gutierrez, in Colombia, come risposta alla povertà e alle ingiustizie sociali ed economiche dell’America Latina».
Partiamo dalla salute di quest'isola, anch’essa rappresentazione di un Sud del mondo. Come sta la Sicilia secondo lei?
«Guardandola dal mio osservatorio che è quello dei trapianti direi che in questo momento andiamo molto bene. E se misuriamo come funziona da altre parti del mondo, nelle regioni con una grossa fetta di popolazione anziana, dove le donazioni sono più necessarie che mai, la Sicilia si attesta al settimo posto in Italia. Quando funziona questo, significa che c'è una sanità di fusione, che ci sono interconnessioni importanti, professionisti validi, con un profilo alto. Una sanità che risponde bene, dunque».
Toccando il polso della Sicilia, intravede un serio cambiamento?
«Secondo me sì, senza dubbio un cambiamento culturale. E, vedrete, con l’aiuto del Pnrr noi stiamo finalmente cambiando l’approccio alla sanità, non è più quella degli ospedali, ma quella del territorio. Parlo delle nuove Case di Comunità, delle dimissioni protette, ad esempio».
Ci spieghi meglio.
«Ci siamo addentrati in un nuovo percorso in cui il cittadino che viene dimesso non viene lasciato a se stesso, ma viene inserito in un piano in cui viene seguito con un programma ben preciso. Tutto ciò attraverso visite ambulatoriali, incontri con i professionisti, con gli assistenti sociali, attraverso screening di prevenzione. Quella di oggi è la sanità che si prende in cura del cittadino per abbattere l’intensità e la frequenza della malattia».
Quali sono le sfide attuali?
«La sfida, l’unica, è che questo sistema funzioni. Si tratta di un salto culturale, le persone devono essere formate ed informate di questo nuovo approccio, del concetto di prossimità, delle opportunità che ci vengono date dalla tecnologia. La telemedicina, ad esempio, è la sintesi di questa nuova logica, della scommessa culturale».
L’intelligenza artificiale cambierà il mondo?
«Lo ha già cambiato, stiamo sperimentando la stratificazione del rischio ad esempio».
Lo spieghi meglio...
«Un esempio, qual è il rischio di ammalarsi tra dieci anni del signor Rossi? E qual è il rischio di ammalarsi o di morire del vicino di casa o del parente più prossimo? Attraverso l’intelligenza artificiale ci sarà la specificazione di questo rischio. Poi, attraverso il fascicolo sanitario avremo a portata di mano la nostra storia sanitaria che l’IA elaborerà per stratificazione e dunque ci dirà che rischio c’è verso certe patologie per ogni singola storia. Attenzione, lo scopo non è aggiungere anni alla vita, ma che essa possa essere affrontata in maniera più sana e per evitare il più possibile di finire in ospedale».
Entro il 2026 saranno quasi 7mila i medici di famiglia che andranno in pensione in Sicilia. Vi rendete conto che senza quei medici, quelli di una volta, che hanno un approccio clinico più che burocratico verso il paziente, saremo nei guai?
«Ecco, questo è un problema di cattiva programmazione, ma confido di poter supplire a tutto questo grazie agli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. I medici nuovi devono essere formati adeguatamente per approcciarsi con il loro territorio e non lasciare nessuno indietro. Certamente potremo dialogare col medico in tempi più ragionevoli, basterà il confrontarsi da remoto, ma ci sono altri modi, non soltanto i loro studi, ma le Case di Comunità».
Dottore Battaglia, nei giorni scorsi è accaduto un fatto epocale. La costa orientale della Sicilia è stata quasi del tutto cancellata a causa di un evento, un vero e proprio ciclone tropicale, qual è il sentiment, cosa pensa di un fatto così grave?
«Quello che è successo è colpa dell’uomo e della non cura del suo ambiente. È frutto della fase storica che stiamo attraversando ed è chiaro, ormai, che abbiamo sottovalutato il tema cruciale del surriscaldamento del Mediterraneo. Penso, inoltre, che se questa sciagura è accaduta una volta in cento anni, la prossima potremmo doverla affrontare tra dieci o cinque anni. Se non cambiamo lo spirito e l’approccio alla natura e alla vita è inutile parlare di medicina. Occuparsi prima di tutto dell’uomo e dell’ambiente in cui vive, è l’unica via. Questa è la prevenzione del danno. Ed è la stessa cosa per la salute».
Il nostro è un territorio geograficamente molto complicato e variegato: come si fa a prendersi cura di tutti?
«Il cittadino deve essere informato delle soluzioni messe in campo da questa nuova sanità. Se noi prendiamo grandi raccolte di acqua e le buttiamo su un terreno, quelle non daranno nessun beneficio, ma se su quel terreno facciamo un impianto a goccia, piano piano riusciamo a rigenerarlo».
L’equilibrio finanziario della Sicilia spesso non coincide con l’equità dei servizi. Qual è la zona, secondo lei, dove oggi è più difficile garantire questi servizi?
«È una delle cose che dico spesso perché mi è stato insegnato dal mio maestro. Dobbiamo cominciare a collocare le risorse per produrre salute, prima che per curare. Ed è una filosofia completamente diversa».