Attualità
Vittoria e l'aggressione della baby gang a Tringali, parla l'esperto: "La violenza giovanile avanza"
Il coordinatore dell'ambulatorio antibullismi dell'Asp, Giuseppe Raffa: "E' da anni che denuncio questi fenomeni. Ma nessuno interviene"
Il pedagogo e formatore Giuseppe Raffa
Episodi che si ripetono. E che, però, lasciano sempre l'amaro in bocca. Che cosa spinge un pugno di ragazzi a malmenare un adulto anche quando quest'ultimo li rimprovera? Ma davvero dobbiamo assuefarci a questa situazione in cui tutto sembra il contrario di tutto? A dare qualche risposta ci prova Giuseppe Raffa, pedagogo e formatore, coordinatore ambulatorio antibullismi dell'Asp. Il riferimento è la brutale aggressione dello scrittore e vignettista Emilio Tringali da parte di una baby gang, a Forcone, in uno dei quartieri più difficili di Vittoria.
"Comincio col dire - afferma Raffa - che sono anni che denuncio la pericolosa avanzata della violenza giovanile in città e a livello nazionale, la stessa che dalle case, dove un tempo veniva regolata e inibita dalla presenza costante e autorevole del padre (conflitto generazionale), è debordata a scuola (bullismo scolastico), si è diffusa nel digitale (cyberbullismo) ed è prepotentemente tracimata in strada, dando vita a quello che tecnicamente si definisce “bullismo sociale”, ossia il fenomeno delle baby gang. Denunce, le mie, che firmo quotidianamente dappertutto, ma che il più delle volte sono purtroppo rimaste lettera morta. Perché i giovani, in fondo, non interessano a nessuno, a meno che non si è sotto elezioni, oppure c’è stato un episodio gravissimo e/o tragico".
Ma torniamo alle baby gang. Di che parliamo? “Trattasi - sottolinea ancora Raffa riportando una citazione dello psicologo Giacomo Salvanelli - di gruppi di minori strutturati nei ruoli, protagonisti di azioni devianti e criminali spesso feroci, il più delle volte dovute ad una diffusa sensazione di impunità. Insomma, parliamo di giovani e giovanissimi marginalizzati, privi delle figure paterna e materna, il cui agire criminale è la tragica reazione all’abbandono, alla perdita di punti di riferimento, a volte trattasi persino di una pericolosa “forma ludica” che va fatta e basta. Ragazzi fuori, vuoti, privi dei principi di responsabilità e di giustizia, che non sanno quello che fanno. Incoscienti giovani, cantava qualche mese fa Achille Lauro. Verissimo. Sodalizi criminali, le baby gang, i cui componenti sono sempre più spesso ultra minorenni, se non addirittura bambini, come ci ricordano i recenti dati diffusi dal ministero della Giustizia.”
"Giovani e giovanissimi - ancora Raffa - che nel gruppo trovano sostegno e riconoscimento, fanno tutti le stesse cose, si aggirano sempre negli stessi luoghi. Per attaccare i coetanei o per prendersela con gli adulti per un semplice rimprovero, come successo a Vittoria. Aggrediscono, derubano, picchiano e accoltellano il primo che passa. Si atteggiano da boss, scimmiottano i personaggi di “Gomorra”. La maggioranza di loro ha il destino segnato: per i più “fortunati” si spalancano le porte delle galere, per i meno fortunati quelle dei cimiteri.”
Ma come funziona una baby gang? "Lo spiega Anna Maria Mandese, psicoterapeuta - continua Raffa - quando dice: ”La baby gang è un organismo strutturato gerarchicamente, che prevede precisi rituali di passaggio e prove di coraggio come accade per i gruppi devianti americani e latinos. La sua azione è rivolta a soggetti deboli e finalizzata ad ottenere vantaggi materiali o di origine relazionale, ossia rafforzare le leadership del gruppo stesso. I comportamenti degli affiliati sono dettati dalla necessità di ritrovare nella coesione l’unico modo per superare ansie, paure, frustrazioni, insicurezze. Quasi sempre usano armi, coltelli, oggetti tesi all’offesa grave”.
Che fare per tutelare giovani e adulti? E come aiutare, supportare e salvare i componenti degli stessi micro gruppi criminali? "L’inasprimento delle pene, decreto Caivano docet - conclude Raffa - serve, ma non basta. Occorrono prevenzione ed educazione. A livello locale suggerisco la messa a terra di azioni di affiancamento e di supporto pedagogico sia per le vittime che per i carnefici, con il coinvolgimento vero e autentico delle scuole. Sul piano nazionale auspico l’avvio di un mega progetto educativo teso a supportare giovani e famiglie”.