Vivere fino a 100 anni? Tra vegetali e carne, quello che uno studio cinese sugli over 80 ci insegna davvero
Un nuovo lavoro sulla grande ricerca CLHLS ribalta un luogo comune: tra gli ultraottantenni cinesi, chi segue una dieta rigorosamente vegetariana ha meno probabilità di spegnere 100 candeline rispetto agli onnivori. Ma sono i dettagli che contano
Rinunciare del tutto ai cibi animali può non essere un vantaggio. Secondo una recente analisi del Chinese Longitudinal Healthy Longevity Survey (CLHLS), in una coorte di 5.203 adulti cinesi di età pari o superiore a 80 anni, l’aderenza a una dieta vegetariana è risultata associata a una minore probabilità di diventare centenari rispetto a una dieta onnivora. L’effetto è apparso più marcato tra chi era in condizioni di sottopeso o mostrava segni di fragilità nutrizionale. Questo non smentisce il valore delle diete ricche di vegetali: costringe, semmai, a distinguere per età, stato nutrizionale e qualità della dieta.
Che cosa ha fatto lo studio (e perché fa discutere)
Il lavoro si inserisce nel CLHLS, una delle più ampie indagini longitudinali sulla longevità, avviata nel 1998 e condotta da istituzioni cinesi con collaborazioni internazionali. In questo sotto-studio, i ricercatori hanno classificato gli ultraottantenni in onnivori e vegetariani (con sottogruppi: pesco-vegetariani, ovo-latto-vegetariani e vegani), e hanno stimato la probabilità di raggiungere i 100 anni. Risultato: i vegetariani mostravano una probabilità inferiore rispetto agli onnivori.
Le percentuali emerse nei resoconti divulgativi (per esempio riduzione di circa -19% tra i vegetariani e -29% tra i vegani) vanno lette alla luce di un contesto molto particolare: età molto avanzata, alimentazioni spesso frugali, rischio di carenze proteico-energetiche e di fragilità. Non si tratta, dunque, di una “sentenza” contro le diete plant-based in generale, ma di un segnale che invita alla prudenza quando le riserve corporee sono ridotte.
A sostegno di questa interpretazione arrivano dati complementari dallo stesso bacino CLHLS: in un’analisi su 27.917 anziani (età media circa 87 anni) i ricercatori hanno osservato che, nel breve-medio periodo, i vegetariani presentavano un rischio leggermente più alto di sviluppare fragilità rispetto agli onnivori (hazard ratio intorno a 1,13), con pattern simili per pesco-vegetariani, ovo-latto-vegetariani e vegani. La traiettoria dietetica contava: restare vegetariani o passare a una dieta vegetariana era associato a un rischio di fragilità un po’ più elevato rispetto a restare onnivori.
Tuttavia, altri studi nello stesso ambito suggeriscono che la storia può cambiare se si considera la qualità complessiva della dieta plant-based o la diversità alimentare: un maggiore punteggio di dieta a base vegetale sana (hPDI) tra veri centenari è stato associato a minor rischio di mortalità a 10 anni, mentre una maggiore diversità della dieta negli anziani si associa a minore rischio di fragilità. In breve: non tutti i modelli “vegetali” sono uguali. Conta quali vegetali, come e quanto si mangia, e in che condizioni si è.
CLHLS: un laboratorio naturale sulla longevità
Il Chinese Longitudinal Healthy Longevity Survey segue da oltre 25 anni centinaia di migliaia di anziani in tutta la Cina, offrendo una finestra unica su come stili di vita, stato nutrizionale e fattori sociali si traducano in invecchiamento sano, fragilità o eccezionale longevità. Nel 2024, ad esempio, un’analisi su 5.222 ultraottantenni ha mostrato che un punteggio più alto del cosiddetto HLS-100 (che combina fumo, attività fisica, diversità della dieta, BMI e altri comportamenti) era associato a maggiori probabilità di diventare centenari: una conferma netta che lo stile di vita conta anche oltre gli 80 anni.
Questi fili si annodano nel dibattito attuale: la “dieta giusta” a 30 o 50 anni non coincide per forza con quella ideale a 85. Il fabbisogno proteico sale, l’assorbimento peggiora, l’appetito può calare: un regime perfetto su carta rischia di diventare, all’atto pratico, insufficiente in termini di energia e proteine.
Vegetariani e centenari
Il segnale di una minore probabilità di diventare centenari tra i vegetariani rispetto agli onnivori nella coorte CLHLS over 80 si è rivelato più forte tra i soggetti sottopeso. In altre parole, laddove le riserve sono già scarse, eliminare del tutto carne, pesce, latte e uova può aumentare il rischio di malnutrizione proteico-energetica, un fattore noto di fragilità e di esiti peggiori.
Al contrario, nei vegetariani con BMI nella norma, l’associazione tendeva ad attenuarsi e in alcuni resoconti non era statisticamente significativa: un’indicazione che la leva principale non è “carne sì/carne no”, ma l’adeguatezza nutrizionale.
Dati indipendenti ma connessi rafforzano l’idea: in BMC Medicine (2025), seguendo quasi 28 mila anziani, la dieta vegetariana è risultata associata a un incremento modesto ma significativo del rischio di diventare fragili (HR ≈ 1,13). La fragilità, a sua volta, è uno snodo critico tra alimentazione, perdita di massa muscolare e sopravvivenza.
Non tutti i vegetali sono uguali: qualità e varietà contano
Generalizzare “dieta vegetale” è fuorviante. Gli indici più moderni distinguono tra plant-based sano (verdure, frutta, legumi, cereali integrali, frutta secca, oli non tropicali) e plant-based meno sano (raffinati, zuccheri, snack, bibite). In una coorte di veri centenari cinesi con 10 anni di follow-up, un punteggio più alto di PDI/hPDI era associato a un rischio più basso di mortalità, mentre un indice elevato di alimenti animali faceva riscontrare un rischio maggiore. Qui però parliamo di persone che hanno già raggiunto i 100 anni, non di ultraottantenni che aspirano a farlo: popolazioni, domande e endpoint diversi portano a risultati diversi.
In un’altra analisi CLHLS su anziani più giovani (età media poco sopra i 70 anni), chi seguiva una dieta vegetariana mostrava minori probabilità di healthy aging rispetto agli onnivori; ma tra i vegetariani di qualità più alta le differenze tendevano a ridursi. Morale: il “plant-based” funziona quando è ben progettato, completo e adeguato al fabbisogno.
Con l’età, aumentano i fabbisogni di proteine (per contrastare sarcopenia e fragilità), di alcuni micronutrienti (come vitamina B12, vitamina D, calcio, zinco, ferro), e serve più attenzione a energia e densità nutrizionale. Se la dieta vegetariana è qualitativamente scarsa o quantitativamente insufficiente, il rischio è di accelerare perdita di peso e massa magra, due fattori che si associano a esiti peggiori e minore sopravvivenza. I segnali osservati nel CLHLS sugli over 80 vanno letti anche in quest’ottica.
La fragilità non è una malattia, ma una condizione dinamica di vulnerabilità. In BMC Medicine gli autori hanno misurato la fragilità con un indice su 40 variabili di “deficit” di salute e hanno rilevato che mantenere o adottare un pattern vegetariano si associava a un incremento del rischio. Il dato non obbliga a “mangiare più carne” in valore assoluto; suggerisce, piuttosto, che negli ultraottantenni la quota e la qualità di proteine ad alto valore biologico (vegetali ben combinati o anche animali) debbano essere calibrate con attenzione.
Cosa dicono le evidenze sullo stile di vita complessivo
Un punto fermo c’è: lo stile di vita nel suo insieme conta, e molto, perfino tardi. Nel 2024 il team guidato (tra gli altri) da Xiang Gao ha documentato che un HLS-100 elevato, basato su comportamenti come non fumare, fare attività fisica e mantenere una dieta varia, aumenta la probabilità di diventare centenari. È una lezione di sanità pubblica: la dieta non è una monade, e il suo effetto si intreccia con movimento, sonno, relazioni sociali, istruzione e reddito.