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Blackout digitale: oscurati i profili digitali di Fabrizio Corona
I milioni di follower “svaniti” e il vero danno: come il caso dell'ex paparazzo riscrive le regole non scritte tra piattaforme, creator e brand
Dal mattino del 3 febbraio 2026 i link che per mesi avevano convogliato traffico, interazioni e sponsorizzazioni verso Instagram, Facebook e TikTok di Fabrizio Corona e di Falsissimo.it hanno iniziato a restituire la stessa, laconica schermata: “pagina rimossa”. In poche ore sono scomparsi all’orizzonte digitale 4,5 milioni di seguaci potenziali. La scena, secca come un blackout, ha il sapore di una verità più profonda dell’algoritmo: in questa economia, il capitale non sono i follower, ma l’accesso quotidiano alle loro reazioni — l’engagement — e la sua traduzione in monetizzazione.
Che cosa è successo oggi: cronaca di un oscuramento
Secondo ricostruzioni combacianti su più testate, i profili social di Fabrizio Corona sono stati rimossi la mattina del 3 febbraio 2026, con la chiusura degli account su Instagram, Facebook e TikTok e l’eliminazione dei contenuti legati al format Falsissimo. Un portavoce di Meta ha spiegato che la decisione è stata presa per “violazioni multiple degli Standard della community”, in particolare su ambiti come diffamazione, tutela del copyright, dignità personale, privacy e contrasto ai messaggi d’odio. La mossa si inserisce in un “pressing legale” riconducibile all’ufficio legale di Mediaset e ai legali di Alfonso Signorini, dopo settimane di esposti e diffide.
Sul fronte YouTube, le versioni divergono nelle prime ore: diverse testate riferiscono che Google ha rimosso “tutti i contenuti” di Falsissimo dalla piattaforma; altre segnalano che il canale sarebbe ancora visibile ma con contenuti limitati (ad esempio accessibili solo agli abbonati), mentre i video “in chiaro” risultano non disponibili. È un dettaglio non secondario, perché dal suo esito dipende l’ultima valvola di distribuzione e di monetizzazione rimasta. La convergenza, comunque, è su un punto: l’intervento è stato rapido e coordinato.
Sul piano giudiziario, va ricordata l’inibitoria civile del Tribunale di Milano del 26 gennaio 2026, che ha ordinato a Corona la rimozione dei contenuti ritenuti diffamatori su Signorini e il divieto di pubblicarne altri. È su questo sfondo che le piattaforme, chiamate in causa a vario titolo, hanno agito in autotutela.
Al momento del blocco, il totale cumulato era di circa 4,5 milioni di follower: su Instagram 3,5 milioni (di cui 2,4 milioni sull’account personale di Corona e 1,1 milioni su Falsissimo), su Facebook 891.000, su TikTok 188.600. È la fotografia dell’istante prima del blackout. Secondo l’analisi de il Giornale, “restava attivo” solo YouTube con “oltre 1 milione” di iscritti; un dato che, come detto, merita cautela perché nelle ore successive altri media hanno segnalato rimozioni estese dei contenuti. La sostanza, tuttavia, non cambia: la “platea” si è dissolta proprio là dove nasce il valore economico dei creator — nella regolarità del contatto.
Nel marketing degli influencer, i follower sono un indicatore di portata; l’engagement (like, commenti, condivisioni, tempo di visione, clic) è l’indicatore di rendimento. I listini reali, nelle trattative con i brand, fotografano questo scarto: il prezzo per contenuto dipende in larga misura dal tasso di interazione e dalla qualità del pubblico. Report aggiornati al 2025 mostrano, ad esempio, che un mega influencer su Instagram può spuntare compensi “oltre 40.000 euro” per singolo post; su YouTube, un creator sopra 1 milione di iscritti può superare i 35.000–60.000 euro per un video dedicato. Ma questi massimali “vivono” solo finché l’account pubblica, i contenuti restano online, e il pubblico reagisce. In assenza di reach e engagement, quei listini si azzerano all’istante.
Per farsi un’idea concreta: nei listini 2025 aggregati da più fonti, le fasce italiane di compenso oscillano — semplificando — da 5.000–12.500 euro per un macro su Instagram a 13.500–25.000 euro per un mega su YouTube, con valori superiori per celebrity. Ma tutte queste forchette presuppongono un conto semplice: “numero di contenuti pubblicabili” × “engagement atteso”. Se l’accesso alla piattaforma è sospeso e le URL diventano irraggiungibili, il tasso di conversione evapora. E con esso, la capacità di monetizzare.
Per un creator che ha costruito il proprio modello di ricavi su più piattaforme, l’effetto combinato di rimozione account + rimozione contenuti produce tre fratture. Caduta della reach effettiva: anche se parte dei follower “migrasse” su un canale residuo (ad esempio YouTube), l’algoritmo penalizza le fluttuazioni brusche e la perdita del flusso cross-platform, con effetti su impressions, CTR e watch time. Nel brevissimo periodo, il tasso di engagement tende a contrarsi. Interruzione dei contratti in corso: i brand che avevano prenotato post, reel o stories si ritrovano senza asset erogabili. Nella prassi, le clausole di forza maggiore o di compliance con le policy delle piattaforme possono far scattare la risoluzione o la sospensione delle campagne, talvolta con penali o rimborsi. Deprezzamento del media kit: i listini del creator — basati su KPI storici — diventano inaffidabili. Qualsiasi negoziazione con nuovi sponsor ripartirà da metriche ridotte e, soprattutto, da un rischio reputazionale percepito più alto.
Per comprendere l’ordine di grandezza: nel mercato italiano 2025, secondo analisi citate da Sky TG24 e da pubblicazioni economiche, i creator mega e celebrity possono spuntare decine di migliaia di euro a contenuto; ma la fetta più consistente del settore (micro, mid-tier, macro) si muove in range più bassi e flessibili. La sospensione dei canali, dunque, non “toglie” un fatturato teorico; interrompe ordini e piani editoriali già calendarizzati, con impatto immediato su cassa e pipeline.