la storia
Perché le farfalle stanno perdendo i colori (e la colpa è dell'uomo)
Un viaggio nel cuore dell'Amazzonia rivela una tavolozza che si spegne: deforestazione, cambiamento climatico e semplificazione degli habitat stanno trasformando la varietà cromatica delle farfalle in una gamma di grigi e marroni, con effetti a catena sulla comunicazione, la termoregolazione e la difesa dai predatori.
Dove un tempo lampeggiavano i blu metallici delle Morpho, ora prevale un ronzio attenuato di ali color terra. Se ci si inginocchia e si osserva da vicino, il bosco sembra aver tirato un velo su se stesso: le farfalle sono più piccole, le ali meno sgargianti, i disegni ridotti all’essenziale. E' un segnale biologico, misurabile. In porzioni dell’Amazzonia trasformate in monocolture o frammentate in isole di habitat, la “tavolozza” dei lepidotteri si sta appiattendo. A dirlo non sono solo i naturalisti col taccuino in mano, ma uno studio brasiliano-britannico che ha quantificato come la semplificazione ambientale riduca la diversità cromatica delle farfalle e favorisca specie più piccole e smorzate nei toni. Le specie grandi e appariscenti sono le prime a scomparire.
Nelle farfalle, il colore non è un vezzo estetico. È un linguaggio funzionale composto da pigmenti e da strutture micro- e nanoscopiche che manipolano la luce, generando riflessi iridescenti, trasparenze, contrasti. Questo linguaggio serve a quattro cose, tutte vitali: il mimetismo e la cripticità per confondersi con l’ambiente, la termoregolazione per assorbire o disperdere calore, la comunicazione per il riconoscimento del partner, segnali territoriali, la difesa dai predatori.
Le ricerche degli ultimi anni hanno chiarito che non conta soltanto ciò che le ali riflettono, ma anche ciò che lasciano passare: la traslucenza può amplificare il segnale visivo durante il volo, rendendo i pattern visibili sia in luce riflessa sia trasmessa. In specie come la “Japanese yellow swallowtail”, la somiglianza dei disegni su dorso e ventre, insieme a una parziale trasparenza, intensifica la comunicazione a distanza. È un raffinato equilibrio ottico, ma è anche un equilibrio ecologico: se l’habitat cambia, cambia il contesto in cui quei segnali hanno senso.
Lo studio che ha portato alla ribalta l’“appiattimento cromatico” delle farfalle amazzoniche è stato condotto da Ricardo L. Spaniol, Martin Stevens e colleghi, pubblicato su “Biodiversity and Conservation”. Analizzando 220 individui di 60 specie lungo un gradiente di disturbo gli autori hanno misurato tonalità, saturazione, luminosità e contrasti dei pattern alari. Risultato: dove l’impatto umano è più forte, la diversità dei colori crolla; le farfalle diventano mediamente meno variopinte e con strategie di difesa più uniformi. Le specie più colorate risultano anche le più sensibili alla perdita di vegetazione nativa e all’aumento dell’esposizione ai predatori. In altre parole, a parità di farfalla, il contesto “decide” se conviene essere vistosi o anonimi.
A corroborare il quadro sono arrivate, negli anni successivi, indagini sul terreno in aree rimpiazzate da monocolture di eucalipto: qui il dominio dei toni bruni e l’assenza dei grandi “gioielli” iridescenti delle foreste primarie sono la regola, non l’eccezione. Il messaggio è netto: semplificando l’ambiente, semplifichiamo anche i segnali biologici che lo abitano. E laddove la foresta ricresce, la varietà cromatica tende — lentamente — a riprendersi, segno che la “tavolozza” è in parte reversibile se si ricostruiscono struttura, ombra e ricchezza vegetale.
Il cambiamento climatico entra in scena rimescolando ulteriormente le carte. Le ali non sono tele passive: i pigmenti scuri e le strutture iridescenti modulano l’assorbimento e l’emissione del calore; le microstrutture controllano perfino la radiazione infrarossa che le ali emettono per raffreddarsi. Studi ingegneristici e biologici mostrano che specie di climi caldi ottimizzano la capacità di dissipare calore tramite le microstrutture alari, mantenendo la temperatura delle ali entro range relativamente simili (circa 20–50 °C) nonostante l’ambiente vari. E così in giornate più calde e cieli più aperti, la “finestra utile” si restringe.
Sul fronte comportamentale, le farfalle alternano posture, basking e ombreggiamento per non surriscaldarsi; esperimenti termici mostrano che le ali, più del torace, impongono la soglia oltre cui l’animale smette di esporsi. Se i microclimi freschi spariscono per la perdita della copertura forestale, anche le specie dotate di grandi ali scure — in teoria più brave a cercare ombra e a regolare la temperatura — entrano in difficoltà, soprattutto durante ondate di calore improvvise. In parallelo, famiglie con ali piccole e iridescenti (come molte Lycaenidae) mostrano margini termici più ridotti e rischi crescenti in paesaggi frammentati.
La deforestazione insomma “schiarisce” il paesaggio biologico spingendo verso livree criptiche; il riscaldamento globale impone una selezione aggiuntiva sugli assetti termici e comportamentali. Questi due stress, sommati, accelerano l’appiattimento cromatico.