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Società

Ponte Guerrieri: quando Modica decise di sfidare il vuoto

La storia del gigante di cemento che a quel tempo era il più alto d'Europa

09 Febbraio 2026, 15:25

Ponte Guerrieri: quando Modica decise di sfidare il vuoto

Una foto della vallata di Modica con il ponte in costruzione tratta da "Scicli archivio storico Pmm"

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Chi osserva Modica dall’alto vede una città scolpita nella roccia, un intreccio di case e canyon che sembrano dialogare da secoli. Eppure, nel cuore di questo paesaggio antico, si erge un’opera che appartiene a un’altra epoca: il Ponte Guerrieri. Non è soltanto un viadotto. È il segno di un tempo in cui la Sicilia volle rialzare la testa e immaginare un futuro diverso, più veloce, più connesso, più moderno.

Quando venne inaugurato nel 1967, il ponte apparve come un gesto di coraggio. Un arco di cemento sospeso tra due colline, capace di unire ciò che la natura aveva separato. Era il simbolo di un’Italia che, nel pieno del boom economico, non temeva di affrontare le sfide più ardite dell’ingegneria pur di aprire nuove strade al progresso.

Una necessità che diventa visione
Negli anni del dopoguerra, la Sicilia sud-orientale viveva una condizione di isolamento che frenava ogni possibilità di sviluppo. La vecchia SS115 si snodava tra curve impossibili e attraversamenti cittadini che soffocavano il traffico e rallentavano il commercio. Per superare la profonda Fiumara di Modica serviva un’idea radicale, un’opera che cambiasse per sempre la geografia dei collegamenti.

Quell’idea prese forma grazie alla determinazione dell’onorevole Emanuele Guerrieri, figura di spicco della politica siciliana e membro dell’Assemblea Costituente. Guerrieri intuì che senza un collegamento rapido tra le alture modicane, la città sarebbe rimasta prigioniera della sua stessa bellezza. Fu lui a spingere con forza per la realizzazione del viadotto, e fu naturale, dopo la sua scomparsa, che l’opera portasse il suo nome.

Il sogno di Zorzi: far dialogare cemento e paesaggio
A trasformare quella visione in realtà fu Silvano Zorzi, uno dei più grandi ingegneri italiani del Novecento. Zorzi non costruiva semplici ponti: immaginava strutture che potessero convivere con il paesaggio, quasi dissolversi in esso. Il calcestruzzo armato precompresso era la sua lingua, la trasparenza strutturale la sua poetica.

Nel 1963 iniziarono i lavori, affidati alla S.A.C.E.S. Le immagini dell’epoca raccontano un cantiere che sembrava una cattedrale in costruzione: dieci piloni che si innalzavano dal fondo della valle come colonne di un tempio moderno, in attesa dell’impalcato che li avrebbe uniti.

Un gigante di cemento e ingegno
Il Ponte Guerrieri, nella sua forma definitiva, è un’opera che ancora oggi incute rispetto:

un viadotto in calcestruzzo armato precompresso

oltre 130 metri di altezza, per anni il ponte stradale più alto d’Europa

una lunghezza che sfiora i 550 metri

undici campate sorrette da dieci piloni principali

Una struttura che, per l’epoca, rappresentava un’autentica rivoluzione.

Dai timori iniziali all’orgoglio collettivo
Come accade per ogni grande trasformazione, anche il ponte suscitò dubbi e resistenze. Alcuni commercianti temevano che il nuovo tracciato avrebbe svuotato il centro storico. Ma il tempo ha raccontato un’altra storia: il viadotto ha liberato Modica dal traffico pesante, permettendo alla città di respirare e di valorizzare il proprio patrimonio architettonico. È anche grazie a quella scelta coraggiosa se oggi Modica è una delle mete più amate del turismo culturale siciliano.

Un ponte che racconta chi eravamo e chi vogliamo essere
Oggi il Ponte Guerrieri è parte integrante dell’identità visiva della città. I suoi piloni dialogano con le grotte, con le case arrampicate sulla roccia, con la valle che si apre sotto di lui. È un monumento al coraggio politico, alla creatività ingegneristica, alla capacità industriale di un’Italia che non aveva paura di immaginare l’impossibile.