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La creatura che si "difende" come un mollusco: perché il ritrovamento del pesce liocorno a Milazzo è un evento eccezionale
Un corpo nastriforme e una cresta rossa come un vessillo, la corsa per salvarlo e la decisione di conservarlo in un museo: ma l'osservazione ci insegna tantissimo sul Mediterraneo che cambia
Un corpo nastriforme e una cresta rossa come un vessillo, la «zona crepuscolare» che si spalanca sotto le onde, la corsa per salvarlo e la decisione di farne conoscenza pubblica: il ritrovamento del pesce liocorno a Milazzo apre una finestra sugli abissi e sulle sfide del nostro mare.
Sulla battigia antistante il Circolo del Tennis e della Vela di Milazzo, un grosso pesce di taglia piuttosto grande e dalla dorsale rosso vivo è stato trovato nell'acqua contorcendosi nella risacca. Si tratta di un rarissimo esemplare di pesce liocorno (nome scientifico: Lophotus lacepede), specie che abita la cosiddetta zona mesopelagica — la “zona crepuscolare” del mare compresa, in via generale, tra i 200 e i 1.000 metri di profondità. A individuarlo e avvisare i soccorsi sono stati Alessandro Magistri e Gianni D’Angelo; il primo a intervenire è il biologo Carmelo Isgrò, direttore e fondatore del MuMa – Museo del Mare di Milazzo. Nonostante i tentativi di rimetterlo in acqua, l’animale non è sopravvissuto. Ora sarà analizzato nella sede di Messina della Stazione Zoologica Anton Dohrn e quindi musealizzato per la fruizione del pubblico.
Il pesce liocorno appartiene ai Lampriformes, famiglia Lophotidae. Il corpo è allungato e compresso, quasi nastriforme; la pinna dorsale, di un rosso vivo, corre per gran parte del dorso e si apre con un primo raggio lungo, sostenuto da una cresta carnosa che richiama — da qui il nome — un “corno” sul capo. Gli occhi sono grandi, adattati a captare la minima luce che penetra nella zona mesopelagica; i denti, disposti su tre file, sono conici e irregolari, efficaci per predare piccoli pesci pelagici e cefalopodi. Un tratto che stupisce i non addetti ai lavori è la presenza di un vero e proprio «sacco dell’inchiostro» che sbocca vicino alla cloaca: il liocorno, se spaventato, può espellere un getto denso e scuro, una difesa chimica che ricorda da vicino quella dei cefalopodi. Diversi avvistamenti fotografici e testimonianze descrivono proprio questa emissione in fase di spiaggiamento.
Questa caratteristica, eccezionale tra i pesci, è documentata nella letteratura divulgativa e museale e spiegabile per analogia con le note strategie difensive dei molluschi cefalopodi, i cui sacchi dell’inchiostro sono tra le più notevoli innovazioni evolutive nella lotta per la sopravvivenza nella colonna d’acqua.
Definire il liocorno una specie “abissale” è però una semplificazione: più correttamente è una specie mesopelagica o, secondo alcune fonti, oceanodroma che frequenta anche strati d’acqua relativamente superficiali. La zona mesopelagica — dove la luce si estingue e dominano pressioni elevate, temperature basse e forti gradienti — è tradizionalmente collocata tra 200 e 1.000 metri, anche se ricerche recenti mostrano come questi limiti varino a seconda dei bacini e della stagione. Qui si svolge ogni notte la più grande migrazione animale del pianeta, quando milioni di organismi risalgono verso la superficie per nutrirsi e ridiscendono all’alba.

Nel Mediterraneo il Lophotus lacepede è considerato un incontro raro. La letteratura segnala pochissimi reperti storici nell’Adriatico — appena cinque quelli confermati in un bilancio pubblicato su rivista scientifica nel 2007 — e sporadici ritrovamenti nell’Egeo settentrionale. Anche lungo le coste italiane le segnalazioni sono a macchia di leopardo, dall’isola d’Elba alla Sicilia, e sempre con cadenza episodica. La natura notturna e pelagica della specie, unita all’habitat profondo, spiega l’esiguità degli incontri: la maggior parte della sua vita si consuma lontano dallo sguardo umano.
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